Perché il governo vuole perdere 200 milioni di euro non tassando il fumo da tabacco? La prendo lunga perché il discorso è molto fumoso! Ammetto che non fumo. Tuttavia da analista son solito osservare come un governo si muove in ambito economico e finanziario e, nelle attuali strategie di tassazione che il governo sta attivando, c’è qualcosa di veramente storto.

Tutto parte dal tema fumo. Fumare fa bene? Mica tanto. L’organizzazione mondiale della sanità (Oms) spiega a chiare lettere che il tabacco ammazza metà dei suoi utilizzatori. Anche il nostro ministero della Salute in merito all’utilizzo di tabacco ha le idee chiare sulla sua pericolosità. Ovviamente ognuno è libero di decidere per la propria salute. Trovo tuttavia logico che un governo, che tiene alla salute dei suoi cittadini, imponga tasse su prodotti riconoscibili come nocivi. Si aggiunga che il governo deve far cassa e quindi tasse su un vizio come il fumo è un ottimo modo per fare soldi (o accumulare riserve per curare i futuri malati da consumo di tabacco).

Con questa premessa l’attuale governo temo stia facendo qualcosa di altamente illogico. Mi spiego. Negli ultimi anni van di moda gli alternativi alle sigarette. Uno è la famiglia degli svapatori: un liquido incolore che contiene lo 0,5% di nicotina, non ha tabacco, si inala e si espira vapore, di solito profumato. Dall’altra ci sono delle specie di mini sigarette, delle cartucce di tabacco compresso (che include anche la nicotina ovviamente) che riscaldate con apparecchi elettronici permettono di fumare una sigaretta “moderna”. È pur sempre tabacco. Sul pacchetto c’è scritto “nuoce alla salute e crea dipendenza”! La logica mi spinge a credere che, in quanto tabacco, dovrebbe essere tassato al pari delle sigarette; ma questo non accade.

In una disamina molto strutturata la senatrice Paola Binetti (che è medico e chirurgo) spiega come la tassazione di questo prodotto sia legata alla sua pericolosità. Pericolosità che viene definita sulla base del livello di rischio per la salute: una analisi che passa per una trafila burocratica ministeriale piuttosto complessa, che riassumo brevemente semplificando alcuni passaggi (rimando al documento di interrogazione della politica per gli approfondimenti tecnici).

Il gruppo che produce le cartucce di tabacco e relativo strumento per il loro utilizzo sottopone un’autocertificazione che denuncia la minor pericolosità della cartuccia di tabacco rispetto alla sigaretta di tabacco. Il documento viene poi associato ad una valutazione indipendente dell’Istituto superiore della Sanità che valuta la veridicità dell’autodichiarazione. In pratica deve comprendere se l’affermazione (dei produttori stessi) che la cartuccia di tabacco sia meno pericolosa per la salute (il tabacco e il suo utilizzo, come spiegato dall’Oms poco sopra, può provocare differenti patologie gravi e mortali). L’Istituto superiore della Sanità passa il suo parere in via confidenziale al ministero della Sanità. Di qui il ministero passa il suo parere agli organi di governo, che possono valutare la pericolosità del tabacco in cartuccia rispetto a quello del tabacco in sigaretta.

Sulla scorta di questo percorso uno stato sano può definire una tassazione minore per i dipendenti da tabacco. La scelta di un’eventuale minor tassazione passa per una logica definiamola protettiva, che si può spiegare in questo modo: se tu, dipendente dal tabacco, usi una soluzione a base di tabacco che fa meno male io la tasso meno, cosi ti incentivo a passare dal fumo di tabacco alla non combustione di tabacco.

La logica funziona solo se, e qui sta il vulnus sollevato dalla Binetti, c’è un’effettiva prova che queste cartucce di tabacco facciano meno male della normale sigaretta di tabacco. Diversamente lo scenario si fa fumoso. È su questo punto che la Binetti si è posizionata. In pratica se queste soluzioni di tabacco fan male – spiega la Binetti – come quelle tradizionali, perché lo stato ne incentiva (indirettamente) il consumo mettendo su di essa una tassa più bassa? Tanto vale che vi sia la stessa tassazione.

Di qui il calcolo approssimativo della Binetti che stima in 200 milioni di euro la perdita annuale a causa di questo “sconto” sulla pelle degli italiani. Ricordiamoci che un malato a causa dell’utilizzo di tabacco non paga da solo i costi per le sue cure, ma l’intera collettività. Ammetto che non comprendo per quale ragione uno stato che ha a cuore la salute dei suoi cittadini e, in generale, il far cassa in un momento di magra, voglia scientemente rinunciare a tassare questa tipologia di tabacco.

@enricoverga

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