La scorsa primavera il salario minimo sembrava in cima alle preoccupazioni di M5s e Pd. Tanto che sul tema Luigi Di Maio aveva invocato una “convergenza” con Nicola Zingaretti. Da quando i due partiti firmatari di due differenti disegni di legge sull’argomento sono al governo insieme, le priorità sono evidentemente cambiate e di garantire un minimo orario a tutti i lavoratori si parla molto poco. Gli italiani però continuano a sperarci e non stupisce visto che il 12,2% di quelli che hanno un posto è comunque a rischio povertà: secondo il rapporto Censis 2019, tre su quattro sono a favore. La percentuale è più alta tra gli occupati (75,3%) e tra chi ha un reddito basso: arriva all’80,7% tra chi ha un reddito fino a 15mila euro annui ed è al 78,7% tra chi guadagna tra 15mila e 30mila euro.

Il rapporto ricorda che, dall’inizio della crisi al 2018, le retribuzioni del lavoro dipendente sono scese di oltre 1.000 euro ogni anno mentre aumentava esponenzialmente il part-time involontario. E – come riferito dall’Istat in audizione sul salario minimo – i lavoratori che guadagnano meno di 9 euro l’ora lordi sono 2,9 milioni. La soglia di 9 euro lordi è proprio quella individuata come compenso minimo dal ddl del Movimento 5 Stelle a prima firma Nunzia Catalfo, oggi ministro del Lavoro, che venerdì sera alla luce dei dati del rapporto ha scritto su facebook: “Per me è un tema centrale e proprio per questo è entrato nel programma di Governo. Porteremo avanti questa battaglia fino in fondo”. Il suo testo però punta dichiaratamente a sostenere la contrattazione collettiva e non sostituirla, per rispondere ai dubbi dei sindacati che sono da sempre contrari perché temono faccia venire meno la necessità dei ccnl che oggi coprono la maggior parte dei lavoratori e apra così la strada al dumping salariale.

Il ddl stabilisce infatti che solo in presenza di “una pluralità di contratti collettivi applicabili”, alcuni dei quali possono essere meno vantaggiosi per i lavoratori, il trattamento economico “non può essere inferiore a quello previsto per la prestazione di lavoro dedotta in obbligazione dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative” e non può scendere sotto i 9 euro l’ora.

Nel primo ddl dei dem, che fissava la soglia a 9 euro ma netti, questa preoccupazione era assente. In aprile però, dopo la vittoria di Zingaretti alle primarie, il partito ha corretto il tiro e depositato in commissione Lavoro un nuovo provvedimento a prima firma Tommaso Nannicini. Stavolta senza cifre e mirato ad applicare a tutti i lavoratori i tabellari previsti dai Contratti collettivi nazionali firmati solo dai sindacati più rappresentativi. Rappresentatività che andrà misurata da un’apposita commissione da istituire presso il Cnel, con i tempi lunghi che si possono immaginare.

Il tema però, come detto, dopo la nascita del Conte 2 è sparito dai radar. Nelle ultime settimane Di Maio lo ha evocato per rinviarlo al 2020, tra le riforme da inserire in un eventuale nuovo contratto di governo. Per i cittadini appare urgente, considerato che il 23,7% secondo il Censis riconduce la causa del rancore diffuso di questi anni alla crescente disuguaglianza nei redditi oltre che nelle opportunità di lavoro.

L’Italia è oggi uno dei pochi Paesi europei a non avere un salario minimo legale: 22 Stati membri su 28 lo prevedono. Nella maggior parte dei casi il livello minimo è fissato su base mensile, ma in Germania, Gran Bretagna e Irlanda c’è anche un minimo orario rispettivamente a 9,19 euro lordi – che i nuovi leader Spd puntano a portare a 12 euro – , 8,21 sterline e 9,8 euro. In Francia il minimo è 1.521 euro al mese, in Spagna 1.050 euro.

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