Più di 2,7 milioni di italiani, il 107% in più rispetto al 2008, hanno un’occupazione part-time anche se vorrebbero lavorare (e quindi guadagnare) di più. E 1,9 milioni sono donne. E’ la grande trasformazione del mercato del lavoro italiano nei dieci anni dopo la crisi, fotografata nel Rapporto annuale 2019 dell’Istat. Lo scorso anno gli occupati hanno superato il livello raggiunto prima della grande recessione, toccando quota 23,2 milioni. Nel frattempo però è cambiata radicalmente la composizione del mercato: sono aumentati i lavoratori dipendenti rispetto agli indipendenti, ma in parallelo tra i primi è salita l’incidenza dei posti a termine e, appunto, del part-time. Soprattutto quello involontario, che riguarda ormai l’11,9% del totale degli occupati. Quota che sale al 19,5% tra le donne. Un fenomeno che il rapporto collega al peso crescente di comparti a minore intensità di lavoro a tempo pieno: dalla sanità ai servizi alle imprese, dall’accoglienza e ristorazione ai servizi alle famiglie, passando per il commercio.

Rispetto al 2008 si contano complessivamente 876mila occupati a tempo pieno in meno (-4,4%) e un milione di occupati part-time in più. I lavoratori a orario ridotto sono arrivati a quota 4,3 milioni, il 18,6% degli occupati, contro il 14,3% del 2008. Ben 3,1 milioni sono donne. E il peso degli occupati in part-time involontario sul totale ha raggiunto il 64,1%. “La ripresa dell’occupazione è riuscita però solo parzialmente a ridurre le vulnerabilità e i divari che si erano acuiti durante la fase recessiva”, nota l’istituto di statistica. “Anche l’input di lavoro complessivo, misurato dal totale delle ore lavorate, resta ancora ampiamente al di sotto del livello pre-crisi”. La dinamica positiva dell’occupazione per le donne, la cui partecipazione al mercato del lavoro è aumentata nel decennio, “si è accompagnata a una riduzione della stabilità e delle ore lavorate”.

Crescono i posti non qualificati – Questo boom del part time dipende da una dinamica dell’occupazione che ha visto crescere in particolare le professioni addette al commercio e ai servizi e quelle non qualificate, dove sono part-time rispettivamente il 29,6% e il 35,7% dei posti. Le prime sono “cresciute senza soluzione di continuità nei dieci anni, con un saldo complessivo di 724mila occupati in più rispetto al 2008″, soprattutto nei settori degli alberghi e ristorazione e dei servizi alle famiglie. Le professioni non qualificate sono aumentate complessivamente di 483mila unità (+23,6 per cento) soprattutto nei servizi alle imprese e alle famiglie. Le professioni qualificate, dopo le forti perdite negli anni della crisi, sono tornate gradualmente a crescere a partire dal 2014 e nel 2018 rappresentano l’83,2 per cento della crescita occupazionale rispetto all’anno precedente.

Più donne occupate, ma una su 5 in part-time involontario – La terziarizzazione e la crisi dei settori ad alta intensità di lavoro maschile hanno anche generato un aumento della quota di donne tra gli occupati, che è passata in dieci anni dal 40,1 al 42,1 per cento. Le donne occupate sono aumentate di circa mezzo milione (+5,4 per cento), grazie a un deciso aumento tra il 2013 e il 2018 (492mila in più). Se durante la crisi l’occupazione femminile è stata sostenuta dalla crescita delle professioni non qualificate nel settore dei servizi alle famiglie, soprattutto da parte delle straniere, nel periodo della ripresa si registra un significativo aumento delle occupazioni più qualificate e di quelle addette al commercio e ai servizi. Invece, per gli uomini il recupero di occupazione negli ultimi cinque anni (532mila) non è stato sufficiente a colmare la perdita di 900mila occupati subita durante la crisi. Nel 2018 però il 19,5% delle donne occupate è in part-time involontario, quota particolarmente elevata nel settore alberghi e ristorazione (33,1 per cento) e nelle professioni non qualificate (44,1 per cento). Inoltre, circa mezzo milione di occupate si trova in una condizione di “doppia vulnerabilità”, svolgendo un lavoro dipendente a termine e in part-time involontario

1,8 milioni i laureati “sovraistruiti” – L’aumento del livello di istruzione degli occupati, in un contesto che ha visto solo negli ultimi anni una ripresa del lavoro qualificato, ha comportato anche un progressivo incremento della quota di laureati occupati in un lavoro che richiede un titolo di studio inferiore. Nel 2018 i laureati “sovraistruiti” sono circa 1,8 milioni, in aumento nel quinquennio 2013-2018 dal 32,2 al 34,1%. Positivo, perlomeno, che nel decennio sia aumentata dal 17,1% al 23,1%, pari a 1,4 milioni di persone, la quota di laureati tra gli occupati.

Il forte aumento del lavoro alle dipendenze nel corso del decennio è dovuto essenzialmente al tempo determinato, aumentato di 760mila unità rispetto al 2008, anche se tra il 2014 e il 2017 la componente a tempo indeterminato ha gradualmente recuperato le perdite subite durante la crisi e questa ricomposizione è diventata più evidente dall’autunno 2018, dopo l’entrata in vigore del Decreto dignità anche per rinnovi e proroghe.

Aumenta il divario Nord-Sud nei tassi di occupazione – La ripresa nel Centro-nord, rileva l’Istat, è stata trainata dalle professioni qualificate, tornate ai livelli pre-crisi (+71mila). Nel Mezzogiorno invece l’andamento positivo degli ultimi anni ha riguardato in particolare le professioni non qualificate e quelle esecutive nel commercio e nei servizi mentre quello delle professioni qualificate è l’unico gruppo ad avere ancora un saldo negativo tra il 2013 e il 2018. La dinamica degli ultimi dieci anni si riflette in un aumento dei divari territoriali del tasso di occupazione. Nel 2018 gli occupati tra 15 e 64 anni sono il 44,5% nel Mezzogiorno (-1,5 punti rispetto al 2008) e il 66,1% nel Centro-nord (0,5 punti in più), con un gap che sale da 19,6 a 21,6 punti percentuali. In altri termini, per raggiungere il tasso di occupazione del Centro-nord il Mezzogiorno dovrebbe avere 2,9 milioni di occupati in più.

Retribuzione mediana a 11,2 euro nel 2016 – Per quanto riguarda le retribuzioni, nel settore privato la mediana oraria nel 2016 era di 11,2 euro, stabile rispetto all’anno precedente e in leggera crescita rispetto al 2014 (+1,4 per cento). In generale, i rapporti di lavoro dipendente del settore privato con una retribuzione superiore a quella nazionale sono associati a contratti a tempo indeterminato (11,8 euro nel 2016), a profili dirigenziali o impiegatizi (13,9 euro), a un regime orario a tempo pieno (12 euro) e al settore delle attività finanziarie e assicurative (22,4 euro). Il settore della manifattura, che concentra il maggior numero di rapporti di lavoro dipendente, presenta una retribuzione oraria mediana di 12,5 euro, di poco superiore al valore nazionale, mentre la retribuzione più bassa (8,3 euro) si registra nel settore delle altre attività di servizi.

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