Quel pasticciaccio bruttino di Storia di Nilde. Gira e rigira la ruota delle fiction tv Rai, ma il risultato non cambia mai. La patina sottilissima ad ottundere profondità e rotondità dei personaggi è un must. Le fiction Rai, a parte rarissimi casi, sono tutte fotograficamente identiche. Il cosiddetto stampino. Ma per rifare la vita, o almeno un quarantennio di politica attiva dagli anni quaranta ai settanta, di Nilde Iotti, una delle donne comuniste più importanti e rivoluzionarie d’Italia, ecco la grande novità stilistica: il rimescolamento dei linguaggi con montaggio alternato. Attenzione. Una roba che a confronto Ejzenstejn era un dilettante. Storia di Nilde, infatti, è una fiction tricefala. Una parte esile esile e sbrodolante retorica recitata e ricostruita in vitro (lo stampino di cui sopra), una parte di documentario con veri filmati d’epoca, una incomprensibile e inutile parte di interviste documentarie vis a vis con testimoni e conoscitori della storia. Il tutto mescolato come un cocktail impazzito. Lo spiazzamento per la “novità” non è comunque da poco. Anche perché il coefficiente di difficoltà così si alza.

E infatti Storia di Nilde vince il premio Gadda del pasticciaccio. Intanto inquadriamo il tentativo storico culturale di fondo: mostrare la modernità e contemporaneità femminile e femminista della Iotti. Le sue lotte per la parificazione di genere pre ’68, la sua relazione clandestina con Togliatti proprio nei mesi della Costituente e dell’attentato di fronte all’ipocrita moralismo sociale dell’epoca, la vita da first lady assieme a “il Migliore”, il cammino politico sulle proprie gambe tra il vicino Berlinguer, le lotte studentesche (è forse la seconda o terza volta che nella storia il ’68 appare di fianco al nome della Iotti ndr) e le battaglie etiche degli anni settanta (referendum divorzio e aborto). Il tentativo, appunto, è quello di isolare l’icona, di farne un’eroina solitaria chiaroscurando “il partito”.

Però un conto, infatti, è dare del troglodita o dell’omofobo a un democristiano come Giovanni Leone, ma quando la critica si prova ad estenderla a Pietro Secchia o ad altri figure più ombrose del passato comunista a Botteghe Oscure l’operazione è un tantino più azzardata e faticosa. Il problema di fondo è che non si può di certo incolpare il Partito Comunista Italiano di possibili arretratezze a livello socio-culturale durante gli anni 50 e 60. Proprio perché il PCI con la sua immensa forza emancipatrice per le classi più povere ha contribuito alla crescita etica di questo paese come nessun altro. È un dato di fatto storico incontrovertibile. E lo ha fatto dimostrando che i diritti civili si possono ottenere con esteso consenso popolare soltanto dopo aver ottenuto un’emancipazione economica e quindi sociale. Così se con Storia di Nilde si tenta di rileggere un passato storico “collettivo” attraverso una singola figura, e inserendolo nell’evo contemporaneo da individualismo spinto, il cortocircuito percettivo è assicurato. Non aiuta poi la parte pura di fiction che fa acqua da tutte le parti.

Lo script è una sequela di frasi solenni, momenti topici, apici continui, esemplificati da personaggi esangui, imparruccati e spinti ad una recitazione caricaturale (si veda il Berlinguer arruffato e banale di Vincenzo Amato). Tanto che l’attesa è sempre per quegli splendidi filmati d’epoca – alcuni piuttosto rari – che rinvigoriscono il tessuto e il respiro del racconto. Solo che appena riesci a godere un attimino del travolgente impeto della storia reale in bianco e nero e subito ti vengono appioppate vuote e didascaliche interviste a ex compagni di partito della Iotti (c’è pure Napolitano versione panama sulle ventitre), a giornalisti e storici che sanno molto ma che finiscono nei tagli e ritagli di montaggio a non spiegare nulla. Insomma la ratio che ha spinto alla tripartizione espositiva della narrazione rimane un mistero. E la povera Iotti nelle mani di una pur volenterosa Anna Foglietta finisce per essere un’acciughina magrissima (una sardina?), simil nervosa madamina ottocentesca piemontese, quando invece Nilde era una partigiana e contadina emiliana, scorza dura e cervello finissimo, personaggio austero e autorevole, perentorio e irreprensibile. Insomma se proprio si doveva scomodare la Iotti ci si poteva impegnare molto di più.

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