È di moda parlare male delle banche. Non solo: molto più che in passato si è diffuso anche il costume di criticare il lavoro dei grandi manager. Non credo sia conseguenza dell’aumento delle informazioni. Verosimilmente, dipende invece dal fatto che gli esempi negativi sono troppi e perfino il lettore comune ha perduto ogni stima per attività, compiti e funzioni una volta non dico intoccabili, ma certamente difficili da giudicare se non dagli stessi addetti ai lavori, notoriamente restii a criticare pubblicamente i propri pari.

E così se la comunicazione economico-finanziaria è cambiata radicalmente, l’effetto di tanto ipercriticismo è stato esattamente l’opposto. Gran parte delle imprese e delle istituzioni economiche, anziché aprirsi all’esterno (e migliorarsi), si è chiusa in se stessa, si è ridotta a una specie di fortezza Bastiani, isolata dal mondo, con la copertura di uffici marketing sempre più schizofrenici. È il caso anche di Unicredit. L’Ad Jean Pierre Mustier infatti ha annunciato 8mila licenziamenti (li chiamano “esuberi”!) e la chiusura di 500 filiali, come se questo fosse normale.

C’è da chiedersi: i licenziamenti servono veramente alle banche per riprendere a fare profitti? Le aziende hanno bisogno di manager che non guardino in faccia a nessuno e sappiano fare in maniera spietata gli interessi (di breve periodo) dei loro azionisti e delle proprie stock options, anche sulla pelle di migliaia di lavoratori? No di sicuro.

Oggi, 2019, prima di tutto le banche hanno disperato bisogno di riacquistare la fiducia dei risparmiatori, dei correntisti, della loro potenziale vastissima clientela e su questo sentimento ricostruire la propria immagine. I profitti delle banche si fondano soprattutto sulla fiducia, e su questa bisognerebbe investire. Aumenterà la fiducia dei clienti dopo che Unicredit avrà portato a termine questa macelleria?

Unicredit era una signora banca. Lo era di sicuro Cariverona. Per molti versi lo era anche il Credito Italiano. Venne Alessandro Profumo, l’uomo che riuscì a guadagnarsi la patente da grande manager a prescindere dai risultati. Ora Jean Pierre Mustier, suo successore, è certamente un grande manager, tra i migliori del mercato. Un duro, un incorruttibile, un fedelissimo dell’azienda e degli azionisti (quelli di riferimento): non per niente è stato anche ufficiale della Legione Straniera, un posticino dove se non sei di acciaio lo diventi.

Sicché uno potrebbe credere che buoni manager in buone aziende dovrebbero produrre solo buoni risultati, sotto tutti i punti di vista: nei risultati operativi, nella soddisfazione del personale, nelle scelte strategiche, nella pratica dei clienti. Ci sarebbero tutti i presupposti per fare bene, e allora perché non accade? Perché anche Unicredit “deve” ricorrere alla macelleria sociale per andare avanti? È solo una questione di avidità di qualcuno, di distorsioni di un mercato fatto da banditi e truffatori o c’è qualcos’altro che manca?

Mancano le Regole. E cosa sono le Regole? Sono convenzioni vincolanti che sanciscono il principio dell’interesse generale e dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Principi che possono (ma non devono necessariamente) diventare Regole. Se non ci sono, se si afferma la giungla, si conclude che è il “mercato“. Ma non è così: il Mercato, quello vero, quello con la M maiuscola, l’unico perseguibile, si fonda sul presupposto che l’interesse individuale coincide con quello collettivo. Le Regole e i correttivi devono intervenire quando si tratti di ristabilire l’interesse generale. Non si possono licenziare migliaia di persone per arricchire un pugno di azionisti. È contro il Mercato.

Assodato che il mercato persegue anche l’interesse collettivo, ne consegue che è giusto che le aziende retribuiscano il capitale degli azionisti, ma non possono fare solo quello. Se l’impresa si occupa solo dell’interesse dei suoi pochi proprietari, per quale motivo lo Stato, la collettività, dovrebbe garantirne la sopravvivenza, consentirne l’attività? Nessuno. Ergo, solo imprese che sappiano conciliare finalità individuali con esigenze sociali sono legittimate a operare, a chiedere leggi e strutture che le proteggano. Solo comunità prive di Regole, solo gruppi dotati di leggi inefficienti consentono che la ricchezza di alcuni si possa fondare sul danno altrui.

I licenziamenti un tanto al chilo non possono infine essere una soluzione definitiva, ciò che elimina tutti i problemi degli azionisti. Dalla macelleria sociale non deriva nessuna felicità permanente. Mustier, che è persona colta, ricorderà certamente il Sofocle di: “mai dire un uomo felice prima del giorno della sua morte”.

La storia anche di Unicredit è lunga e c’è sempre il rischio che the loser now will be later to win (Bob Dylan). Nel dubbio, sarebbe più ragionevole rinunciare a certe (cattive) soddisfazioni del momento, pensare un po’ di più all’interesse generale e lavorare per costruire sistemi di regole rispettose di tutti, ma che garantiscano anche nel lungo periodo l’attività delle imprese.

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