I filosofi del diritto – la tribù accademica cui appartengo – non godono di buona stampa. Benedetto Croce chiamava la filosofia del diritto un “ircocervo”, mix indigeribile di filosofia e diritto: e sì che, a proposito di mostri mitologici, non ha fatto in tempo a conoscere il M5S (“né destra né sinistra!”). In tempi più recenti, poi, i filosofi del diritto hanno preso a comparire sulle prime pagine dei giornali solo quando danno di matto.

Una volta è un intero istituto romano, sino ad allora noto solo per i libri illeggibili che imponeva agli studenti, a finire sotto la luce dei riflettori per il caso Marta Russo. Altre volte, autorevoli esponenti della categoria sbraitano, ogni mattina, sulle tv generaliste: ieri a favore dei Cinquestelle, oggi in quota Lega, indifferentemente. Sicché non stupisce che l’ennesimo appartenente alla tribù sia stato beccato a mettere post nazisti su Twitter: così, ora, una rubrica fissa su qualche sito filorusso non gliela toglie nessuno.

Come spiegare, allora, che la filosofia del diritto non è quella roba lì? Come far capire che, accanto a (pochi) filosofi di seconda fila, inetti a vincere una cattedra di filosofia e perciò sbarcati a vaneggiare di diritto, ci sono (tanti) studiosi irreprensibili, di solito ma non necessariamente giuristi, spesso ex magistrati come Uberto Scarpelli e Luigi Ferrajoli, che non si farebbero travolgere mai e poi mai, come quegli altri, dalla smania di protagonismo o dall’ansia da social?

Forse così: parlandovi, con orgoglio, di Danilo Zolo. Nato a Rjeka nel 1936 e morto a Firenze l’anno scorso, è stato uno dei grandi della filosofia del diritto novecentesca: un interprete della società contemporanea, abituato a pensare fuori dagli schemi, “in mare aperto”. E proprio In mare aperto. Pensare il diritto e la politica con Danilo Zolo s’intitola il convegno dedicatogli dall’Università di Firenze, i prossimi 5-6 dicembre, come da locandina acclusa.

Protagonista del dibattito militante fin dall’esperienza del cristianesimo radicale con i suoi maestri La Pira, don Milani e don Balducci, poi collaboratore de L’Unità e Il manifesto, Zolo è rimasto però anzitutto uno studioso, il cui impegno civile è andato sempre più concentrandosi attorno all’Università di Firenze. Uno studioso anticonformista, però, curioso e anche sofisticato, non inquadrabile neppure sotto il cliché, comune fra gli studiosi della sua generazione, della scelta di campo dalla parte dei deboli e degli emarginati.

Dietro l’immagine carismatica, da profeta russo, infatti, si nascondeva soprattutto un precursore, capace di aprire campi di indagine e di attraversare discipline nuovi, per la cultura italiana secondo-novecentesca. Ad alcuni piacerà ricordare il personalismo cattolico delle origini, poi la teoria marxista dello Stato, infine l’approdo ai temi della politica internazionale. È attorno a questi ultimi, in particolare, che s’è aggregato Jura Gentium, il Centro di filosofia del diritto internazionale e della politica globale da lui fondato, che oggi organizza il Convegno insieme con le maggiori istituzioni accademiche fiorentine.

A me, invece, non sembrano eredità minori la denuncia della “giustizia dei vincitori”, da Norimberga in avanti, la scoperta della teoria dei sistemi di Niklas Luhmann, la rilettura innovativa della filosofia della scienza di Otto Neurath: tutte manifestazioni anch’esse della sua curiosità e libertà intellettuale. L’augurio migliore che posso fare ai suoi allievi, riuniti a Firenze con i vecchi amici e con un pubblico appassionato quanto loro, è di raccogliere e diffondere questa lezione di libertà.

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