Una dei più colossali esercizi di retorica collettiva che il mondo della politica italiana periodicamente allestisce è rappresentato dalle celebrazioni della giornata internazionale della disabilità. Come scriveva il mio compianto concittadino Antonio de Curtis, in arte Totò, nella sua poesia più nota ‘A livella, “ognuno ll’adda fà chesta crianza; ognuno adda tené chistu penziero”.

Come il 2 novembre per il maestro della risata, il 3 dicembre riappare come una meteora nei palinsesti dell’informazione, nei convegni e nelle patetiche dichiarazioni d’intenti dei politici di turno.

Tutti si affannano a trovare un pensiero completo sulla disabilità, su quanto di buono si è fatto (?), su quello che si farà da domani (!!!). Una corsa alla frase da ricordare, all’espressione da incorniciare per diffondere sui social il Verbo della giustizia e dell’inclusione per i disabili. Poi, frettolosamente come si è preparato il tutto, si rinfilano nei cassetti le dichiarazioni, si seppelliscono sotto tonnellate di mozioni le proposte di legge e si ritorna a discutere del nulla.

Giuseppe, Biagio, Alessandra, Federica e tutti i nostri figli disabili ritornano con le loro storie, i loro volti, le loro solitudini, nei ripostigli della politica. I professori e gli esperti dell’inclusione ripongono le spade nei foderi e ritornano a scrivere libri eruditi che non leggerà nessuno o quasi. I professionisti dell’informazione tirano un sospiro di sollievo fino alla prossima notizia di cronaca nera dove si potrà descrivere il suicidio di un genitore anziano di un figlio disabile.

È il 3 dicembre! Evviva l’ipocrisia al potere!

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