Il 23 novembre le era arrivata la comunicazione della revoca della scorta a Roma, dove vive, e sul territorio nazionale ad eccezione della Sicilia. Ma ora a Valeria Grasso, la donna che si è ribellata al pizzo ha denunciato il racket del clan Madonia, a Palermo, è stato riassegnato il servizio di protezione. “Ringrazio quella parte di Stato per cui io mi sono battuta, il Ministro dell’Interno, il Prefetto di Roma e il Comandante Provinciale dell’Arma dei Carabinieri – afferma in una nota Grasso – per avere tempestivamente accolto il mio appello ed essere intervenuti affinché mi venisse riassegnata la tutela riportando la mia famiglia in sicurezza. È mia intenzione mantenere l’impegno pubblicamente preso nei confronti delle associazioni dei testimoni di giustizia e di tutti coloro che sono minacciati dalla mafia e dalla criminalità perché le istituzioni, come priorità, rivedano le modalità di revoca della protezione nel nostro Paese”.

Già il 26 novembre il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese aveva dichiarato di essersi attivata per effettuare verifiche sul caso, sottolineando che la revoca della scorta era stata effettuata a Roma “e a livello nazionale ma è stata mantenuta in Sicilia dopo una valutazione dei rischi fatta dalle forze di polizia”. Poi aveva aggiunto che “quando si revoca una scorta c’è sempre una valutazione delle forze di polizia. Ho chiesto comunque al prefetto di Roma di riceverla affinché la signora possa esporre gli eventuali elementi a sua disposizione per consentire alle forze di polizia di valutare i rischi”. Alle sue parole è seguito l’incontro tra Valeria Grasso e il prefetto di Roma, Gerarda Pantalone, che al termine del comitato sull’ordine e la sicurezza le ha riassegnato la protezione.

Lo sfogo di Valeria Grasso – “Visto e considerato che ancora non hanno idea della situazione di rischio su di me, su che basi hanno revocato quello che l’ex Prefetto di Roma Basilone aveva disposto? È ancora più grave se mi dicono che devo essere io a esporre elementi di rischio. Lo Stato allora su che misure ha disposto la revoca?”, era sfogata Grasso poco dopo essere stata convocata dal prefetto dopo le dichiarazioni del ministro dell’Interno. “Sono loro che mi devono rassicurare – aveva aggiunto – dicendomi cosa è cambiato in questi cinque mesi, per determinare la decisione che a Roma sono sicura e a Palermo no, visto che a Palermo hanno messo l’esercito davanti casa mia”. “Hanno nuove informazioni per cui a Palermo i boss di Cosa nostra sono ancora arrabbiati con me e a Roma no?”. E si domandava se Lamorgese non fosse al corrente della sua denuncia a giugno 2018 “quando ho trovato una busta con un piccione morto sul tavolo dell’Osteria del mio compagno dove ceno solitamente? Nel linguaggio tipico mafioso è una promessa di morte. Non sono io a dovere chiarire ma loro che devono dare una risposta su che basi hanno revocato la scorta. Se il ministro oggi attenziona il mio caso, allora chi ha preso la decisione di revocare la scorta? Sono loro che devono darmi una risposta. Non io”.

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