Altan non va in televisione, Altan non appare quasi mai e questo ha creato intorno ad Altan un alone di leggenda. Ma Altan detesta gli aloni”. Basterebbero queste parole di Stefano Benni per dare l’umore di un film lucido e disincantato come Mi chiamo Altan e faccio vignette di Stefano Consiglio, presentato al Torino Film Festival appena concluso. Altan è un personaggio trasparente e criptico al tempo stesso come le battute delle sue vignette: “che cosa ho fatto per dover nascere di sinistra?”, si chiede uno dei suoi personaggi; oppure “l’importante è non essere un qualunquista qualunque”.

Il ritratto del vignettista serve da filtro per raccontare i sogni perduti, il disincanto, le stonature di un’epoca. Cipputi, il mitico operaio Cipputi, è il protagonista di tante vignette di Altan, l’occhio che guarda da lontano con uno sguardo sempre obliquo quello che accade nel suo universo. Nel percorso di Altan, Cipputi interpreta il tramonto della centralità della classe operaia, l’emergere di altre sensibilità. Ma è anche una sorta di termometro; sa adattarsi al linguaggio che cambia, sa mantenere una sua dignità: “Aggiornarsi Cipputi, oggi vige il lìberal”, lo apostrofa un tipo à la page. E lui: “Voglio venirle incontro, mi chiami còmunist”.

Siamo ancora negli anni Settanta e Ottanta. Essere di sinistra diventa quasi d’improvviso un peso e i nuovi Cipputi si vedono nei paesi della periferia del paese: quelli in cui si afferma la Lega, sono i Cipputi che non votano più comunista. Lo sguardo del vignettista è implacabile: la realtà complessa di quegli anni si lascia cogliere solo nella forma del paradosso, della para-doxa, del controsenso, come nei disegni impossibili alla Saul Steinberg. O come nella battuta “Sono ateo, grazie a Dio”.

L’arte del vignettista è un po’ anche l’arte del cinema, quella cioè di intuire i grandi cambiamenti sociali, dando loro una forma, fulminante nel caso della vignetta, più metaforica nel caso del cinema. Il vignettista è sempre oltre, è fuori tempo e fuori luogo, o in ogni tempo e in ogni luogo, sapendo che di luoghi non ce ne sono. È questa la sua utopia, letteralmente. Dove si colloca politicamente il vignettista? Si colloca sempre “altrove”, più che stare da questa o quella parte lui “non sta”.

In questo senso Altan è imprendibile, inclassificabile: un po’ comunista, un po’ anarchico, un po’ “altaniano di centro”. La satira è questione di inquietudine, per cui gli ispiratori di Altan sono gli inquieti del loro tempo: Grosz, Daumier, Carl Barks, che è l’inventore di Paperino. Non possono esserlo invece quelli che usano la satira in forma consolatoria, stile Bagaglino o Forattini. O anche il Benigni televisivo, pallida ombra del dissacratore del tempo di Cioni Mario.

Nel film Paolo Rumiz, cronista di Repubblica, racconta di un viaggio in bicicletta fatto con Altan fino a Istanbul: oltre 2000 km, aspettando di incontrare “l’uomo diverso da noi”, il momento in cui, per esempio, la nostra gestualità non funziona più. Ebbene, col procedere del viaggio, l’impressione era opposta: “più andavamo verso oriente e più ci sentivamo a casa”.

E Altan illustra questa impressione con la vignetta dei due ciclisti in cui uno chiede all’altro: “Nessuno ci deruba, la polizia non chiede il pizzo, niente aggressioni e i cani non mordono”. E l’altro di rimando: “Che facciano apposta per confonderci le idee?”. Tutto il film di Consiglio è questo: il tentativo, riuscito, di (non) definire Altan in qualche modo. Perché, come dice Benni, “non si può chiedere ad Altan che cos’è un Altan”.

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