Un passo falso sull’equiparazione delle fondazioni ai partiti per quanto riguarda la trasparenza dei donatori fa tornare in commissione il decreto fiscale che era atteso in aula alla Camera. Il Pd, dopo le polemiche, è pronto a ritirare l’emendamento approvato questa notte che rinvia di un anno l’entrata in vigore della Spazzacorrotti su questo punto. “Ho presentato un emendamento alla luce del sole per rinviare l’entrata in vigore di una legge al momento inapplicabile che riguarda migliaia di associazioni. Visto che si pensa che ci siano secondi fini o obiettivi particolari, non resta che tornare in commissione e modificare il mio emendamento”, ha detto Claudio Mancini del Pd, che aveva spiegato la scelta di presentare la proposta di modifica con “l’impossibilità per la commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici di esaminare i rendiconti di 6.000 associazioni“.

Il caso è nato dopo gli attacchi del leader di Italia viva Matteo Renzi, che da giorni commenta duramente e senza sosta l’inchiesta sulla fondazione Open e stamattina ha twittato: “Di giorno sui social fanno i moralisti, di notte in commissione salvano le LORO fondazioni”. “La decisione di rinviare applicazione della spazzacorrotti per equiparare le regole di trasparenza tra partiti e fondazioni è un clamoroso errore che la commissione ha fatto nottetempo col voto favorevole di M5S, Pd e Leu e il voto contrario di Italia Viva“, ha aggiunto il deputato di Iv Luigi Marattin. L’emendamento era stato approvato con il voto favorevole di Pd, Leu e anche dei Cinque stelle. Ma in mattinata il leader M5s Luigi Di Maio l’ha definito “porcheria che va tolta”. “Il decreto torni subito in commissione”, è stata l’esortazione di Di Maio.

“Non era certo mia intenzione creare problemi a maggioranza e governo”, si è giustificato Mancini, “ma se si vuole affrontare razionalmente la questione sarebbe forse più utile separare la rendicontazione delle normali associazioni da quella delle fondazioni politiche”. Secondo il deputato si sarebbe trattato di un rinvio meramente tecnico e non politico, che nei giorni scorsi aveva proposto da Leu, perché appunto come era stato già spiegato nei giorni scorsi “la commissione preposta alle verifiche sarebbe chiamata a controllare circa 6mila organizzazioni e oltre 50mila politici. E gli stessi magistrati della commissione, nel corso di un’audizione alla Camera, hanno detto che i compiti sono aumentati esponenzialmente rispetto all’organico a disposizione. Quindi nessuna strumentalizzazione, né emendamenti scritti in silenzio, ma la necessità di far fronte a una richiesta dagli organi di controllo” avevano dichiarano i deputati di Liberi e Uguali, Luca Pastorino e Nico Stumpo, replicando all’attacco del leader di Italia Viva.

È stata l’inchiesta sulla cassaforte renziana, nel mirino della procura di Firenze, a far riesplodere il dibattito politico su un tema centrale e ancora scottante: come finanziare i partiti, dopo che il contributo statale è stato cancellato da anni. Inevitabilmente l’aumento dei contributi privati ai partiti si incrocia così con un altro tema annoso: il rapporto tra politica e magistratura. Tuttavia proprio nei rapporti tra fondazioni, privati e partiti, si consuma la polemica più accesa e la richiesta di un chiarimento. “Aspettiamo gli esiti dell’indagine”, aveva spiegato il ministro per il Sud, il dem Giuseppe Provenzano, che poi aggiunge: “Certo dopo l’abolizione finanziamento pubblico non abbiamo fatto una legge sui partiti, sulle lobby, sulla trasparenza. Il parlamento dovrebbe occuparsi di questo”. Forza Italia, per voce del suo vicepresidente Antonio Tajani aveva auspicato invece un ritorno al passato: “Noi crediamo che sia stato un errore chiudere ogni possibilità di accesso al finanziamento pubblico. Forse – osservava l’ex Presidente del Parlamento europeo – bisogna cominciare a riflettere, perché se si toglie il finanziamento pubblico e si torna al finanziamento privato non regolare allora le cose non vanno meglio di prima”.

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