“In poche settimane consegnammo al ministero delle Infrastrutture un quadro da cui emergeva la necessità di intervenire su 5.931 strutture, su cui avevamo già pronti i primi progetti, e di procedere con indagini tecnico diagnostiche urgenti su 14.089 opere. Ma nulla è stato fatto”. Il lamento è del presidente dell’Upi, Michele de Pascale. E arriva a oltre un anno dalla consegna del dossier sullo stato di ponti e viadotti gestiti dalle Province a statuto ordinario, di cui Ilfattoquotidiano.it diede conto segnalando le quasi 2.000 opere di “priorità 1”. Nonostante quei numeri, è l’accusa del numero uno dell’Unione province italiane, tutto è rimasto in uno stato di immobilismo.

La raccolta dei dati restituì una fotografia nitida dello stato comatoso delle infrastrutture: quasi 6mila tra viadotti, ponti e gallerie necessitano di interventi sulle strutture, mentre altre 14mila opere hanno bisogno di indagini tecnico-diagnostiche urgenti. Il report venne costruito a partire dall’agosto del 2018, all’indomani della tragedia del ponte Morandi, quando venne chiesto un monitoraggio urgente sulle oltre 30mila opere in gestione. Quei dati, oggi, tornano d’attualità dopo il crollo del viadotto dell’A6 per un frana nel Savonese e segnalano come le maggiori criticità siano equamente distribuite tra Nord e Sud.

Al netto delle 5 Regioni a statuto speciale, la Lombardia è al primo posto per le opere che necessitano di interventi (877), seguono la Puglia (728), la Toscana (632), l’Emilia Romagna (545), la Campania (532), il Piemonte (507). Tra le Regioni più grandi c’è il Lazio con 175 strutture, il Veneto (240) e la Liguria (259). “Ci aspettavamo che questa analisi dettagliata portasse a risorse mirate, invece nulla è stato fatto. Non solo, le Province continuano ad essere sottoposte ad un assurdo blocco di assunzioni, del tutto ingiustificabile, che non ci permette di avere personale tecnico specializzato, ingegneri, progettisti, tecnici, indispensabili per far procedere rapidamente gli investimenti”, aggiunge de Pascale. “Un blocco che sembra essere tutto ideologico, non giustificato da motivi tecnici né di spesa, frutto del pregiudizio contro le Province – dice ancora il presidente dell’Upi – che non fa che riflettersi sui servizi ai cittadini, e perfino sulla loro incolumità e sicurezza”.

La richiesta avanzata a governo e Parlamento è quella di cancellare, nella legge di Bilancio 2020, i limiti alle assunzioni di personale. In questo modo, spiega de Pascale, si permetterebbe di “ricostruire al meglio dell’efficienza le nostre strutture, svuotate dopo l’esodo imposto nel 2015″, dalla riforma Delrio durante il governo Renzi. “E anche di consentire a tutti gli enti locali di accedere al fondo per le progettazioni, oggi ad esclusivo appannaggio dei Comuni. Un fondo di 2,7 miliardi per 15 anni, da cui sono escluse Province e Città metropolitane, le istituzioni che hanno in gestione 7.400 scuole superiori, 130mila chilometri di strade e 30mila ponti, e a cui è demandato di assistere i Comuni, specie i piccoli, proprio nella progettazione”, dice ancora.

Il presidente dell’Upi ha però giudicato positive le aperture del ministro Paola de Micheli: “Senza il personale tecnico e la possibilità di accedere al fondo progettazione rischiamo di non potere utilizzare a pieno i finanziamenti. Proprio su queste due urgenze abbiamo avuto positive aperture da parte del ministro de Micheli. Una disponibilità che apprezziamo e su cui ci auguriamo si trovi accordo nel Governo”.

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