All’ingresso del PalaDozza si è messa Clara. 60 anni, da venti tifa Lega in Romagna e oggi fa lei gli onori di casa. “Si vede la bandiera? L’ho cucita tutta io a mano”. Sopra c’è Alberto da Giussano e la scritta Lega con tremila swarowsky. Poi paillettes e lustrini. “Perché oggi è una festa”. Davanti alla porta si è messa apposta, così saluta i militanti uno a uno: “Ci stiamo svegliando”, grida. “E’ dura, ma finalmente ci stiamo svegliando”. La scalata di Matteo Salvini all’Emilia Romagna inizia così: dentro i militanti di ferro venuti a Bologna da tutta la Regione per prendersi uno spazio tutto loro; fuori la città che a sorpresa risponde compatta. I primi a protestare sono i centri sociali: quasi 2mila manifestanti arrivano in corteo fin davanti al palazzetto e vengono respinti con gli idranti. Ma è solo l’inizio: un flash mob convocato da quattro ragazzi in rete, e appoggiato da civici e Pd, riempie piazza Maggiore con oltre 11mila persone. Sono numeri pesanti, tanto che per trovare paragoni bisogna tornare a quando Beppe Grillo nel 2013 radunò i suoi per lo “tsunami” che avrebbe portato il M5s in Parlamento. Le foto della folla iniziano a circolare mentre il “Palazzo”, così chiamano il PalaDozza da queste parti, inizia a riempirsi, ma per chi sta dentro, almeno per stasera, quello che c’è fuori conta poco. Perché dentro sono in 5mila e per il Carroccio aver riempito un luogo simbolo della sinistra a Bologna è pur sempre un momento storico. Qualche seggiolino vuoto c’è, ma la notizia è che la Lega sia proprio qui per lanciare la sua candidata Lucia Borgonzoni. Perché questo parquet non è solo la casa della “fossa dei leoni” della Fortitudo basket o uno dei templi della Virtus, ma proprio qui nel 1969 il Pci ha incoronato Enrico Berlinguer e nel 1990 si è sciolto dopo l’ultimo congresso. Serve altro? Nel 1977 queste stesse gradinate le riempì il movimento studentesco. E in tempi più recenti, nel 2010, Michele Santoro ci portò “Rai per una notte” con Marco Travaglio e Daniele Luttazzi: una pagina storica della tv italiana contro la censura e per la libertà d’informazione. Insomma se Matteo Salvini voleva dimostrare che fa sul serio, ha scelto il posto giusto. Lui che per anni è stato cacciato dalle piazze bolognesi (nel 2016 gli riempirono piazza Verdi con le balle di fieno e fu costretto a spostare il comizio), oggi si è preso un pezzo di rivincita. “Com’è che vi chiamano?”, grida il giornalista, e acclamato conduttore della serata, Mario Giordano. “I barbari”, risponde in coro la folla. “Ora tocca a noi”. Ecco da dove la Lega lancia l’assalto finale al governo.

Il comizio al chiuso per l’uomo delle piazze – La serata per Salvini mostra subito un primo e grande difetto: è al chiuso e tra bandiere e cappellini gialli e blu sembra un congresso di partito dei più tradizionali. O meglio: sembra una convention americana in pieno stile Donald Trump. Per il leghista che in Umbria si è battuto palmo a palmo tutte le piazze, mentre gli avversari scattavano foto nel chiuso di sale storiche, è già un’ammissione di partire in rincorsa. Anche per questo il leader del Carroccio è tra i primissimi ad arrivare. Scalpita per tutto il pomeriggio. Alle 16 è già sulla porta del palazzetto a fare selfie e dirette Facebook. Alle 18 vede i giornalisti. Alle 19 va su e giù dalle gradinate. Alle 21, quando la tabella di marcia segna già mezz’ora di ritardo, sale sul palco e chiede di avere ancora pazienza: “Stiamo aspettando i pullman che vengono da fuori. Sono bloccati dai figli di papà viziati che protestano”. Parla dei centri sociali.” Qui c’è l’amore, fuori c’è l’odio”. E ancora: “Fuori ci sono teppisti che aggrediscono la polizia”. Luisa in prima fila si alza: “Sono assassini”. Non c’entra niente, ma la applaudono tutti. Poi dagli altoparlanti parte “Romagna mia” e la folla si mette a cantare in coro: sembra una festa dell’Unità, anche se non si può dire ad alta voce. In tanti si conoscono: quelli venuti qui sono i militanti degli inizi che hanno visto di tutto, anche la Lega precipitare al 4 per cento alle politiche del 2013. “Ma questa volta la sfida è aperta”, racconta Antonella che siede in prima fila. Viene da Reggio Emilia, l’ha accompagnata il marito: “Non abbiamo molto di cui lamentarci”, ammette. “Stefano Bonaccini ha amministrato bene, ma siamo stanchi di non essere più padroni in casa nostra. Basta extracomunitari che hanno tutti i privilegi”. L’umore è quello in tutte le file, dalla prima all’ultima: “Tutto sommato stiamo bene, ma Salvini è Salvini. Lo avete visto? E’ ora di cambiare, dobbiamo farlo per lui”, dice Donatella che ha preso un permesso dal lavoro per essere qui in tempo. Cosa fa nella vita però non lo vuole dire: “Meglio non rischiare, poi mi fanno storie”. “Io a Bonaccini do sei di sgarro“, dice Nicolò, 18 anni, tradendo subito il bolognese stretto. “Ma sono qui perché la Lega è patriottica e io voglio che la politica pensi al mio Paese”. Stefano e Mirella sono due pensionati e fino a due elezioni fa votavano Pd. Lo ammettono davanti alle telecamere e ridono come se l’avessero combinata più sporca di tutti: “Bonaccini è bravo, dovrebbe diventare leghista come noi. Ma noi siamo qui per dire basta al Partito democratico. A quel clientelismo che blocca la Regione da sempre”.

Presenti e assenti, la Lega sfodera il parterre delle grandi occasioni – Che la Lega fa sul serio si vede dalla platea. Nel parterre degli ospiti speciali siedono tutti i principali esponenti del Carroccio che stanno nelle istituzioni. L’ex sottosegretario Giancarlo Giorgetti intanto, quello che è considerato il braccio destro di Salvini, ma anche ultimamente uno dei più in disparte. Poi l’ex ministro Gianmarco Centinaio, i capigruppo in Parlamento Romeo e Molinari, gli europarlamentari come Marta Bizzotto e l’ex M5s Marco Zanni e tutti i governatori delle Regioni. Naturalmente c’è il sindaco che si è preso Ferrara Alan Fabbri, quello a cui lo scorso turno è fallita la conquista dell’Emilia Romagna. Poco prima che inizi la serata spuntano pure Simone Pillon, Claudio Borghi e Alberto Bagnai. Ci sono tutti e tutti fanno in modo di essere visti. Grandi assenti? Gli altri esponenti del centrodestra, berlusconiani in primis. Non ce n’è traccia.

I relatori che prendono la parola sul palco sono scelti con attenzione per dare un’immagine pulita, molto a destra e poco estrema. Il primo è Davide Rondoni, poeta noto a Bologna, ma soprattutto per la sua vicinanza a Comunione e liberazione. Invoca la libertà “degli artisti” e dice di essere un “anarchico romagnolo”. Su questo gli applausi si fanno più tiepidi. Ma si va avanti. Poi tocca ad Alessandro Amadori, presentato come “il sociologo” che studia il sistema Emilia “controllato e dominato dal Pd”. La carta forte è l’imprenditore Marco Omboni: si scaglia contro la plastic tax e raccoglie un’ovazione. Quindi parte la sfilata dei presidenti di Regione: Donatella Tesei, appena eletta in Umbria. Poi il sardo Christian Solinas, Massimiliano Fedriga dal Friuli, Attilio Fontana dalla Lombardia e addirittura Luca Zaia dal Veneto nonostante l’emergenza maltempo a Venezia. “Posso dirvi che sarei venuto anche a nuoto pur di essere qui?”, azzarda. Insomma ci sono tutti e sono loro ad accogliere, anzi ad accompagnare, la Borgonzoni sul palco quando è il suo turno.

Il battesimo della corsa di Lucia Borgonzoni – La candidata che vive (o meglio soffre) di luce riflessa, è la faccia su cui il Carroccio si gioca tutto. A Bologna è nota per essere la consigliera comunale assenteista che, nonostante il seggio in Senato, non si è mai dimessa. Ma oggi si gioca un’altra partita e se Salvini l’ha scelta, tutti le vanno dietro: in coda c’è chi ammette di non sapere molto di lei e della sua storia, ma basta la benedizione del leader per farla accettare a occhi chiusi. “L’Emilia Romagna deve tornare di tutti”, attacca Borgonzoni sul palco. E’ lo slogan della campagna che le è stata costruita addosso. I suoi temi, quelli su cui punterà, li elenca tutti anche se di fatto, oltre la retorica del liberare la Regione, di atti concreti ne promette pochi: “Miglioreremo la sanità”, per prima cosa. Perché, dice, “non è vero che qui va tutto bene”e invece sono favoriti solo “i ricchi”. “Dobbiamo tenere aperti gli ospedali di notte, di sabato e domenica come in Veneto”, è la sua proposta. Poi “più infrastrutture” per far diventare l’Emilia Romagna una Regione che funziona da dieci: “Oggi pur essendo da dieci, funziona da sei”. Il primo intervento? “Liberare i nostri amministratori dalla burocrazia”. “Libertà”, “liberare”, “essere liberi”: Borgonzoni ripete le parole chiave decine di volte. “Andiamo a liberare la nostra terra e poi andiamo a liberare l’Italia intera”. Si guadagna gli applausi di questa folla, prima di lasciar salire l’uomo che stanno aspettando tutti.

Il comizio del leader che sogna la spallata finale al governo nella terra più difficile – Salvini entra sulle note di Vincerò di Puccini e si fa il giro del campo da basket come se fossimo a una All star game qualsiasi. L’intervento è tagliato e cucito su misura del Palazzo di Bologna. L’esordio ha una pecca: la contro-piazza, almeno per stasera, ha risvegliato il Partito democratico dormiente e tutti i siti aprono con la foto del flash mob delle “sardine” in piazza Maggiore. “Se gli argomenti degli altri sono cancellarci, io dico andate avanti così che ci fate vincere. La storia della Lega insegna che più negano la realtà, più la realtà viene a galla”. Il palazzetto esplode: almeno qui dentro la scusa “è colpa dei giornali” funziona. Allora Salvini cita (storpiandolo) Gandhi: “Prima ti ignorano, poi ti deridono e poi si accorgono che hai vinto tu. Come in Umbria, spero”. Ma soprattutto usa l’emiliano Giovannino Guareschi per parlare di “libertà”. Prima di ammettere: “Io vengo a Bologna in punta di piedi, io non ho niente da insegnare, ma tanto da imparare”. Insomma, la campagna in un Regione dove gli stessi sostenitori di Salvini dicono che si sta abbastanza bene è molto più che in salita. “Ragazzi, questa è Bologna la rossa”, fa allora. E la platea fischia. “Ma noo, cosa avete capito. La rossa per quello che è il miglior rosso d’Italia, ovvero la Ferrari, la Ducati, la Lamborghini e il buon vino. E magari dal 26 gennaio di rosso ci teniamo solo questo”. Sta ridisegnando una terra che cerca altre identità oltre il rosso della sinistra. Poi parte con i cavalli di battaglia. I migranti naturalmente, ma dicendo “che non vuole importare nuovi schiavi” e strizzando l’occhio a un popolo che sull’umanità unisce tutte o quasi le fazioni. E naturalmente il sistema Bibbiano: “Giù le mani dai bambini”, grida.

Infine arriva all’ultimo foglietto (lo chiama proprio lui così), quello che riapre la polemica con la senatrice a vita Liliana Segre: “Noi siamo e saremo sempre al suo fianco e a quello di chiunque subisca violenze e minacce”. Ma, c’è sempre un ma: “Però senza l’ipocrisia di quelli che tirano in ballo la Segre e poi vanno in piazza a bruciare le bandiere di Israele. Se sono rimasti alcuni squadristi non sono per fortuna dentro questo palazzetto, ma sono fuori e vogliono impedire la libertà di parola”. La chiusa è per Walt Disney: “Diceva che ‘se puoi sognarlo, puoi farlo’. Io sogno un’Emilia più giusta. Amici di tutti, servi di nessuno”. Ha finito. Dagli altoparlanti parte “Vespa special” di Cesare Cremonini e tutti si mettono in coda per i selfie di rito.

I due mesi più lunghi prima del voto e la piazza che manca (per ora) alla Lega – Dentro Salvini, tra i suoi e le facce storiche, ha vinto. Fuori ha rianimato una piazza che sembrava addirittura non esistesse più. Insomma, il leghista sognerà anche, ma è il primo a sapere che è dura. Eppure, nonostante tutto, vale la pena di giocarsela perché, è il suo ragionamento, è la strada per tornare al governo e i suoi chiedono solo questo.

Gaia ha 17 anni e a Palazzo c’è venuta con il papà. Sbandiera un cartello davanti alle telecamere e la inquadrano tutti. Si legge: “In Emilia di rosso resterà solo il lambrusco”. “Mi osteggiano tutti a scuola per le mie idee”, dice. “Non è giusto. Finalmente lo posso dire. La mia mamma è sudamericana e lei si è adattata alla nostra cultura quando è arrivata qui”. E stasera dov’è? “A casa, a lavorare”. I pullman per la Romagna, addirittura venti, sono tra i primi a ripartire. Non sono quelli venuti da più lontano: ci sono anche gruppi partiti dalla Lombardia. “Volevo vedere la situazione”, racconta Vincenzo che ha preso il treno dopo il turno all’aeroporto di Linate dove si occupa di smistamento bagagli. “C’ero alla grande manifestazione di Roma, volevo esserci anche oggi. Bisogna capire se ce la facciamo. Perché se vinciamo qui poi si va al governo”. Mancano meno di due mesi e quella contro-piazza così piena Salvini non la sottovaluta. Il primo conto lo fa Francesca all’ingresso: ha una felpa blu con scritto Lega Giovani Emilia. “Abbiamo fatto cento tessere solo oggi. Ho una bella sensazione, sono ottimista”. Intanto è passata più di mezz’ora dalla fine del comizio e Salvini, a pochi metri di distanza, sta ancora scattando selfie. Se vuole giocarsela sa che qui dovrà fare molto più di una diretta Facebook: “La prossima volta ci vediamo in piazza Verdi”, è il suo saluto. Provoca, ma la piazza gli è mancata davvero. E sa che per vincere bisogna passare (anche) da lì.

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