La recente apertura di Matteo Salvini a Mario Draghi quale candidato al Colle più alto (“Perché no?”) fa il paio con l’intervista concessa dallo stesso leader leghista a Il Foglio laddove egli ha testualmente dichiarato: “La Lega non ha in testa l’uscita dell’Italia dall’euro o dall’Unione europea”. Il fatto che i due episodi abbiano sorpreso molti osservatori rivela l’efficacia della narrazione leghista. E ci consente di ragionare sul perché il circuito mediatico abbia assecondato tale storytelling e quindi alimentato l’equivoco conseguente.

Vi ricordate il film del grande Massimo Troisi Pensavo che fosse amore… invece era un calesse? Ecco, possiamo tranquillamente declinarlo in chiave politica per sintetizzare il fraintendimento di cui sopra. La password è: “sovranismo”. Primo: ci eravamo persuasi che molti italiani fossero sovranisti e che questo fosse il motivo del successo di Salvini. Secondo: ci avevano convinto che la Lega fosse sovranista e che, per questo, essa avesse un grande successo nelle urne.

Quanto al primo aspetto, l’equivoco sul gradiente “sovranista” del popolo italiano è smascherato dai numeri. Basta guardare le percentuali pressoché evanescenti di cui godono (stando ai risultati elettorali e ai sondaggi) le forze autenticamente anti-europeiste. Viaggiano su cifre che tendono, ma senza oltrepassarlo, all’1%; un po’ come l’inflazione dell’area Ue tende, ma lungi dal raggiungerlo, al 2%. Il fenomeno del cosiddetto sovranismo, purtroppo, è tanto inflazionato dai media (per i motivi che poi diremo) quanto inconsistente nella realtà dei fatti, e nella testa dei cittadini. Lo conferma, del resto, anche la storia (recente, mica ottocentesca) dei partiti più votati e le aspettative dei loro supporter.

I leghisti hanno avuto per anni una vocazione secessionista e rivendicavano la sovranità del Nord dall’Italia, mica dell’Italia dall’Europa; i Cinque stelle si sono affermati come movimento “etico” più che politico, ossessionato dall’onestà, non certo dalla sovranità; al Pd, infine, la sovranità nazionale sta a cuore solo nella misura in cui essa può essere “costretta” nella camicia di forza di una “superiore” sovranità continentale.

Quanto al malinteso circa il reale tasso di sovranismo della Lega attuale, le parole di Salvini possono stupire solo chi si era bevuto la fiaba di una compagine “nazionale”, fieramente euro-scettica. In effetti, bisognerebbe puntare l’attenzione non solo su certi appariscenti – e magari bravi – esponenti leghisti di fede sovranista, quanto piuttosto su altri soggetti, più defilati, ma assai più incisivi nella determinazione della strategia politica del leader.

Il famoso fiscal compact – origine di tanti dei (se non di tutti i) nostri problemi recenti – non venne approvato dalla Lega nel 2012. E tuttavia, il Carroccio votò sì alla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio avvenuta con legge numero 1 del 20 aprile 2012. È il motivo per cui Mario Monti – nella trasmissione Agorà di Rai 3 del 2 ottobre 2018 – ebbe, a buon diritto, a dichiarare: “Sapete chi ha avuto il merito principale, non solo nel votare, ma nel guidare la navigazione per quella proposta? L’allora presidente della commissione bilancio della Camera Giancarlo Giorgetti, che infatti in sede di votazione ha fatto delle dichiarazioni entusiaste”.

Quella della Lega “no-euro” e “anti-establishment” è non solo un’operazione mediatica, ma prima ancora una deliberata auto-rappresentazione della Lega stessa. Così come i Cinque stelle sono stati (anche) dipinti, ma si sono (soprattutto) essi per primi auto-rappresentati, alla stregua di pionieri del “cambiamento” e della “volontà popolare”: ricordate il referendum sull’euro? Poi, alla resa dei conti, scopri che Salvini non ci pensa neppure a uscire dalla Ue e dall’euro e che i grillini possono governare persino coi dem e digerire pure Ursula Von der Leyen.

Perché? In entrambi i casi, si tratta di operazioni finalizzate a drenare il consenso degli scontenti su “battaglie” di facciata (migranti, ordine pubblico, reddito di cittadinanza, quota cento) che non mettono mai, però, in discussione i pilastri del sistema. E quindi sono perfettamente compatibili con il Pd, con Forza Italia, col fiscal compact, con l’Unione europea, con le “esigenze” dei Mercati e persino con Draghi Presidente della Repubblica. Che – detto da Salvini – in effetti provoca lo stesso prurito da “incoerenza” suscitato da Beppe Grillo quando benedice il matrimonio tra Cinque stelle e Pd.

Nell’uno e nell’altro caso, siamo sempre e comunque di fronte a forze politiche circuitanti nel recinto del “politicamente consentito”: mercatismo, europeismo, austerity, ordo-liberismo. Forse, dopotutto, ci siamo scaldati e ci scaldiamo anche troppo, e per niente. La nave italiana, qualunque sia il nocchiero, la faranno finire esattamente dove è previsto dall’agenda dei lavori: negli Stati uniti d’Europa. Che ciò accada con un governo di centrodestra piuttosto che con uno di centrosinistra può far felici solo i feticisti dell’irrilevanza.

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