Il governo di Atene ha varato un piano straordinario per spostare 25mila migranti dalle isole alla terraferma, redistribuendo quote di rifugiati e richiedendo asilo in hotel e appartamenti su tutto il territorio nazionale. La misura, tuttavia, difficilmente risolverà il problema perché gli arrivi non si arrestano e la congestione sembra non avere fine. Con una aggravante: gli alberghi che lo scorso anno hanno ospitato migranti e rifugiati al costo giornaliero di 12 euro a persona non sono ancora stati pagati dallo Stato.

Gli arrivi via terra e via mare nel 2019 sono stati 46.100, in aumento del 24% rispetto al 2018, mentre i soli arrivi via mare sono aumentati del 54% contribuendo a spostare l’attenzione sulle reali intenzioni della Turchia, sempre meno compartimento stagno. Va ricordato che dopo l’accordo da 6 miliardi stretto dall’Ue con la Turchia nel marzo 2016, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha detto chiaramente che ha bisogno di altri soldi europei per tenersi i migranti. E aprirà le sue frontiere settentrionali con la Grecia per mandare in Europa i 3,6 milioni di profughi che si trovano oggi sul suolo turco. Ecco che a preoccupare è non solo la frontiera turco-ellenica sul fiume Evros, ma anche quel fazzoletto di mare che separa Grecia e Turchia da sole 3 miglia marittime, da dove transitano non solo migranti ma anche una notevole quantità di stupefacenti (passaggio che ha attirato le attenzioni della Dea, ormai in pianta stabile in Grecia con un nucleo investigativo ad hoc).

Solo martedì, in tre diverse operazioni, la Guardia costiera ellenica ha salvato 116 profughi tra le isole di Samos e Farmakonisi, oltre che nel porto settentrionale di Alexandrupolis.

Il tema è al centro del vertice euro-arabo in programma ad Atene, con l’incontro tra il premier greco Kyriakos Mitsotakis e il segretario generale della Lega Araba Ahmed Abdul Gheit. Ma il problema resta di natura politica con Ankara e le sue strategie anche nei confronti dell’Ue.

Come ha osservato l’Ambasciatore turco ad Atene, Burak Ozugergin, la Turchia attende la nuova legislazione greca, che potrebbe facilitare un aumento dei tassi di rimpatrio nei paesi di origine perché “potrebbe davvero ravvivare l’aspetto dissuasivo dell’accordo Turchia-Ue”. Se gli aspiranti migranti sanno che alla fine verranno rimpatriati anche se riusciranno a raggiungere le coste di un’isola greca, è la sua tesi, potrebbero non imbarcarsi su tali viaggi potenzialmente letali. “Non vogliamo vedere più foto di bambini a terra – ha detto il diplomatico – È una macchia sulla faccia della civiltà. Detto questo, vorrei ricordare anche che l’accordo Turchia-Ue contiene diversi elementi che non sono stati rispettati dall’Ue”. Il riferimento è alla condivisione degli oneri in Siria, dove secondo il diplomatico non vi sono opportunità eque per una vita dignitosa.

Non è d’accordo Mitsotakis, che ha replicato ad Ankara così: “Coloro che hanno ingigantito la crisi dei rifugiati, usando i perseguitati come pedine per inoltrare i propri obiettivi geopolitici, dovrebbero essere più cauti quando si riferiscono alla Grecia”, ricordando che ad oggi su suolo ellenico sono ospitati 78mila rifugiati e migranti, di cui circa 33.700 sulle isole inviati dai trafficanti di esseri umani a cui la Turchia consente di operare.

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