Quando il 24 ottobre del 1929 (il famoso giovedì nero) la Borsa di Wall Street registrò il primo storico tonfo del 23% (con un record di quasi 13 milioni di azioni scambiate) lo smottamento era già in atto da qualche settimana. Anzi a voler guardare più indietro nel tempo, un mini crash si era registrato il 25 marzo, ma l’intervento delle maggiori banche a sostegno delle contrattazioni aveva tamponato la situazione. Successivamente in estate l’economia americana era entrata in una fase di debolezza, ma ciò nonostante il Dow Jones aveva raggiunto un picco il 3 settembre di 381.17 punti.

Molti piccoli risparmiatori avevano contratto prestiti per comprare azioni, utilizzando i margin loan che, a fronte di un capitale proprio di 100 dollari, permettevano di investirne fino a 500. Con un’esposizione sospinta da una tale leva finanziaria il calo dei corsi azionari nel mese di settembre aveva rapidamente suscitato la paura di non poterli ripagare.

Pertanto a Wall Street le scosse si intensificarono dal 18 ottobre (un po’ come prima del crollo di Lehman Brothers) e nella mattina del 24 il panico provocò un’ondata di vendite senza precedenti. Nel pomeriggio, tuttavia, un consorzio di banche aggregò cospicui capitali per intervenire e scongiurare il redde rationem. Gli indici invertirono la tendenza e molti nella folla spaurita, che si era radunata fuori dalla borsa di Wall Street, tornarono a comprare a prezzi ritenuti di assoluto realizzo.

Il 25 ottobre sembrò che la situazione potesse stabilizzarsi come era successo a marzo. Ma le successive sessioni di borsa furono disastrose, culminando nel crollo finale del 29 ottobre (martedì nero) quando oltre 16 milioni di azioni vennero scambiate e le infrastrutture che registravano le transazioni vennero travolte dagli ordini di vendita senza che nessuna banca venisse in soccorso. Anzi ad alimentare il panico si diffuse la voce che anche i banchieri stessero vendendo.

La borsa venne chiusa il primo novembre per calmare gli animi, ma alla riapertura il 4 novembre i corsi azionari continuarono a calare e non si fermarono fino al 23 novembre. Fu un’effimera stabilizzazione: il Dow Jones continuò a perdere fino al luglio del 1932, quando sprofondò a 41,22 punti.

Le cause della crisi furono non dissimili da quelle che abbiamo ampiamente sperimentato nella Grande Recessione del 2008-09 e in tante crisi meno famose che si sono susseguite in tutto il mondo nei passati 90 anni (e nei 3mila precedenti). L’euforia della crescita post bellica durante gli anni 20 aveva portato ai soliti eccessi, spinti dell’illusione di un boom ininterrotto: eccessivo credito al consumo, crediti alle imprese basati su piani di sviluppo iper ottimistici, ristagno del progresso tecnologico, inefficace supervisione del settore bancario, leva finanziaria eccessiva e incontrollata.

Ma al contrario del 2008-09, quella che poteva essere una normale recessione di pochi trimestri o al massimo di pochi anni si tramutò in un disastro epocale (con il 25% della forza lavoro disoccupata e il Pil nominale dimezzato) a causa delle risposte di politica economica che ne seguirono.

Innanzitutto, come evidenziato da Milton Friedman e Anna Schwartz nella loro monumentale Storia Monetaria degli Stati Uniti d’America, la politica restrittiva della neonata Federal Reserve (la banca centrale) – che all’epoca aveva poca esperienza per affrontare una crisi di quella portata.

In secondo luogo le politiche protezionistiche con le famigerate Smoot-Hawley tariff, che ridussero il commercio mondiale del 65% e trasmisero il contagio al resto del mondo (favorendo l’ascesa di Hitler). Infine, l’incapacità di affrontare l’ondata di crisi bancarie che dall’ottobre del 1930 provocò un immane corto circuito nell’offerta di credito.

Contrariamente alla vulgata, il New Deal di Franklin Delano Roosevelt fu solo una soluzione temporanea ottenuta con un aumento insostenibile del debito pubblico. Infatti a certificare ufficialmente il fallimento nel lungo periodo delle politiche economiche “keynesiane” fu l’architetto del New Deal, il segretario al Tesoro Henry Morgenthau Jr. Nella sua testimonianza al Comitato Ways and Means (la Commissione Bilancio del Congresso), il 9 maggio del 1939 – quasi sette anni dopo l’elezione di Roosevelt, con la disoccupazione risalita al 19,9% – dichiarò:

“Abbiamo provato a spendere soldi. Abbiamo speso più di quanto avessimo mai speso prima e non funziona. Io ho solo un interesse, e se sbaglio qualcuno può prendere il mio posto. Io voglio vedere questo paese prospero. Voglio vedere la gente trovare lavoro. Voglio che la gente abbia abbastanza da mangiare. Noi non abbiamo mantenuto le nostre promesse… Dico che dopo otto anni di questa Amministrazione noi abbiamo tanta disoccupazione come quando abbiamo iniziato… e [abbiamo accumulato] un debito enorme da sostenere”.

Poi scoppiò la Seconda Guerra Mondiale e l’America evitò la bancarotta grazie all’impetuoso progresso tecnico e organizzativo stimolato dallo sforzo bellico e dall’inserimento delle donne nella forza lavoro per sostituire i maschi al fronte. Ma questo è un tema che merita un post ad hoc.

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