Nel 2017 si sono rivolte ai Centri antiviolenza italiani 43.467 donne, il 67,2% delle quali ha iniziato un percorso di uscita dalla violenza. Ma l’offerta di aiuto alle donne maltrattate e ai loro figli è ancora insufficiente rispetto a quanto stabilito dalla Convenzione di Istanbul del 2013, ratificata in Italia nello stesso anno, secondo cui dovrebbe esserci un Centro ogni diecimila abitanti: in 13 Regioni l’indicatore di copertura è inferiore al previsto. Sulle 4.403 donne che lavorano nei centri, 1.933 sono retribuite e 2.470 impegnate esclusivamente in forma volontaria. E’ quello che emerge dalla prima indagine Istat sui 281 Centri italiani, realizzata in collaborazione con il dipartimento per le Pari Opportunità, il Consiglio Nazionale delle Ricerche e le Regioni.

Al 31 dicembre 2017, stando al rapporto, erano attivi nel nostro Paese 281 Centri, 253 dei quali hanno risposto all’indagine. Ci sono inoltre 106 Centri e servizi antiviolenza che non aderiscono all’intesa Stato-Regioni. Considerando il dato calcolato sulle vittime che hanno subito violenza fisica o sessuale negli ultimi 5 anni, l’indicatore di copertura dei centri su 10mila vittime è pari a 1,0, con un minimo nel Lazio (0,2) e un massimo in Valle d’Aosta (2,3).

I servizi offerti vanno dall’accoglienza (99,6%) al supporto psicologico (94,9%), dal supporto legale (96,8%) all’accompagnamento nel percorso verso l’autonomia abitativa (58,1%) e lavorativa (79,1%) e in generale verso l’autonomia (82,6%). Meno diffusi, il servizio di sostegno alla genitorialità (62,5%), quello di supporto ai figli minori (49,8%) e quello di mediazione linguistica (48,6%). L’82,2% dei Centri effettua la valutazione del rischio di recidiva della violenza sulla donna. Tra le donne che nel 2017 hanno iniziato il percorso di uscita dalla violenza, il 63,7% ha figli, minorenni nel 72,8% dei casi. Le donne straniere costituiscono il 27% di quelle prese in carico.

Le modalità per entrare in contatto con i centri sono di vario tipo: il 95,3% dei Centri mette a disposizione il numero telefonico 1522, che accoglie le richieste di aiuto e sostegno delle vittime di violenza e stalking, il 97,6% dei Centri garantisce una reperibilità 24 ore su 24. In alternativa si può andare presso i singoli Centri, aperti mediamente 5 giorni a settimana per circa 7 ore al giorno. L’89,7% dei Centri è aperto 5 o più giorni a settimana.

Secondo quanto stabilito dall’Intesa Stato, Regioni e Province Autonome del 2014, i Centri si avvalgono esclusivamente di personale femminile. Sono 4.403 le donne che operano nei Centri; di queste, 1.933 sono retribuite e 2.470 impegnate esclusivamente in forma volontaria. Nel Sud la quota di volontarie è molto inferiore alla media nazionale (31%) mentre il contrario si verifica nel Nord-ovest e, in misura minore, al Centro. Nel Nord-est coesistono, invece, realtà molto diverse: Veneto e Trentino Alto Adige hanno una presenza preponderante di personale retribuito, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna contano maggiormente sulle volontarie.

L’ente promotore dei Centri, cioè la persona giuridica pubblica o privata che ha la titolarità del servizio in quanto lo finanzia, è prevalentemente un soggetto privato in quasi tutte le regioni (61,3%). A livello territoriale si passa dall’81% delle Isole al 49,4% del Sud. Quasi tutti i soggetti promotori privati hanno più di 5 anni di esperienza (96,8%). Solo il 28% dei Centri ha avviato le attività prima del 2000, il 29% tra il 2000 e il 2009, il 17% tra il 2010 e il 2013 e il 27% dopo il 2014. Al Nord-est si riscontra la percentuale più elevata di Centri aperti prima del 2000 (45%) mentre al Sud ben il 47% è stato attivato dopo l’intesa Stato-Regione del 2014. Solo l’11,5% dei Centri opera in locali di loro proprietà. Il 31% è in affitto, mentre il restante 57% è in comodato d’uso o comunque usufruisce dei locali a titolo gratuito.

Malgrado l’attività di supervisione sia di grande importanza, non è praticata in modo sistematico in tutte le regioni. Ad esempio viene svolta solo nel 40% dei Centri della Calabria e nel 20% circa di quelli di Piemonte, Umbria, Marche e Sicilia, contro una media nazionale dell’85,8%. Fra le altre attività dei Centri c’è anche la valutazione del rischio di recidiva della violenza, che permette una corretta e personalizzata presa in carico delle vittime, in modo da individuare l’intervento più efficace sia sulla vittima stessa che sull’uomo maltrattante. L’82,2% dei Centri effettua questo tipo di valutazione. L’applicazione della metodologia di valutazione del rischio aumenta all’aumentare dell’esperienza del gestore nel campo della violenza di genere. Nell’85,1% dei casi la metodologia utilizzata è il S.A.R.A. (Spousal Assault Risk Assessment) nelle sue diverse versioni e revisioni. A livello territoriale le differenze sono molte. Nella Provincia autonoma di Bolzano questa attività è completamente assente mentre non viene svolta dal 70% dei Centri della Calabria, dal 43% di quelli del Piemonte e dal 31% dei Centri in Campania. La valutazione del rischio viene effettuata a livello nazionale a poco più della metà delle utenti che hanno iniziato un percorso di uscita della violenza, con una percentuale che va dall’86% delle Isole al 47,1% del Nord ovest.

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