“Una donna anche questa domenica?”, “Guarda l’arbitro…”, “Tutte le donne non capiscono”, “Vai a giocare con le bambole“.

Paesino di provincia, campo parrocchiale, campionato di calcio under 14, sugli spalti attendo l’inizio. Ma l’ignoranza ha fretta: mentre l’arbitro fa riscaldamento, una ragazza non più che sedicenne, prende posto una donna e mamma che commenta: “Una donna anche questa domenica?” (è già colpevole d’esser dentro ad arbitrare). Al mio fianco padre e figlio (dodicenne), che scuote la testa e asseconda lo scherno degli adulti: “Ah… arbitro quella… tutte le donne non capiscono niente di calcio” (ipoteca sul futuro di maschio alpha).

Un uomo e padre si rivolge al collega di tifo: “Guarda l’arbitro”, non aggiunge altro (ha esaurito il lessico). La partita procede nell’esibizione di una mediocrità innocente, pochi falli, qualche gol e pretesti per dare addosso a lei, sola, sotto la responsabilità d’esser giudice e l’aggravante d’esser donna. Poi il peso di quel che “piove” dal pubblico, finché una donna e madre le impreca quel “Vai a giocare con le bambole!” e lo fa guardandosi attorno, alla ricerca di sguardi solidali, perché i vigliacchi sono ignoranti e solo se arruolati in un gregge ruggiscono.

L’arbitro convalida un gol regolare e un’altra donna alza la voce per scandire ancora: “Torna a giocare con le bambole… ma questa non vede niente!”. E’ qui che la ragazza col fischietto guarda in tribuna e risponde qualcosa come “Il fuorigioco? Non l’ho visto”. E dalla tribuna giù il “diluvio”. I ragazzini in campo circondano l’arbitro, con l’arroganza di chi è legittimato dai genitori. Dalla panchina nessun monito alla squadra. La timidezza di chi ha provato a placare gli animi non turba la “superiorità della razza”.

Forse dovrei dire la mia, intromettermi, mi viene in mente una frase: “Mai mettersi a discutere con uno stupido, ti abbassi al suo livello e ti batte per esperienza”. Donne e madri che insultano una donna perché non sta facendo come la loro cultura ha loro imposto. Donne e madri, e uomini e padri, che educano i figli a chi deve obbedire, società di calcio ad ogni livello che non fanno abbastanza (quando proprio non fanno nulla): pena il dissenso di chi versa la quota del tesseramento e trasferisce il figlio altrove. Meglio incassare, più remunerativo che educare.

Fischio finale: su 22 in campo, solo uno saluta l’arbitro con una stretta di mano. Il calcio è roba da maschi (che non hanno il coraggio di chiedere scusa). Decido di attendere l’arbitro, mi avvicino, tendo la mano, mi presento. Voglio dirglielo che sono fiero di lei, perché “ciò che fa è molto più che arbitrare, è lottare per riscattare un’ingiustizia di genere“. Lei mi ringrazia, io le chiedo perché ha avuto quel cedimento (rivolgersi al pubblico, sebbene con gentilezza). Risponde: “Non ne potevo più… e poi quelle offese… da una donna”. Le stringo la mano, sorride, le dico di avere fiducia in sé e di andare avanti con coraggio. Arriva mio figlio, ho qualcosa da dirgli, si chiama “rispetto”.

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