di Stella Saccà

Dopo un anno e mezzo a New York, c’è qualcosa di cui proprio non riesco a farmi una ragione: la dimessa accettazione del disagio durante l’utilizzo dei mezzi pubblici. Perché? Perché nessuno sbuffa quando, ad esempio, la linea L della metro viene rallentata? Sono tutti tranquilli, sereni, per cavoli loro. Leggono, sentono la musica, guardano una serie su Netflix. Nessuno sbuffa né alza gli occhi al cielo. È veramente frustrante. Da romana, è frustrante. Io ci provo a trovare uno sguardo fertile per uno sfogo, ‘na parolaccia, tié … anche solo una sbuffata. Niente. Allora provo a vedere se c’è qualche italiano a bordo per un po’ di conforto ma su quella linea non ce ne sono molti e, cosa più aberrante, un paio di volte ne ho beccati alcuni che invece di lamentarsi si accarezzavano. Allucinante.

La linea L passa nel tunnel dell’East River, collega Manhattan con Williamsburg, Bushwick, tutta la parte Est di Brooklyn e indirettamente anche con Greenpoint. Sono zone in cui vivono molti giovani che lavorano a Manhattan, ma anche turisti. Era prevista la chiusura totale della linea per lavori, con conseguente calo improvviso del mercato immobiliare e traslochi da e verso le zone coinvolte. Giovani hanno lasciato gli affitti terrorizzati all’idea di non avere un collegamento rapido con Manhattan, altri hanno investito nella zona approfittando dei prezzi vantaggiosi.

Un po’ come se a Roma avessero detto “Oh, la linea A la chiudiamo da Termini a Cinecittà”. Allora tutti i giovani emigrano da Roma Sud a Roma Est e Roma Nord. E quelli di Roma Nord investono nelle case di Roma Sud. Ma poi, il conseguente orrore provato da entrambe le parti viene schiaffeggiato da un “No, no, blocca tutto, nun se ne fa gnente, famo che amo giocato“. Ma è troppo tardi… Facce di Roma Nord si aggirano sospette in quel di Roma Sud, mentre Converse di tutti i colori calpestano indecise marciapiedi pieni di Hogan.

Infatti, la Mta (la romana Atac) è riuscita, nonostante i lavori, a mantenere un servizio regolare dal lunedì al venerdì fino alla sera. Dopodiché, i treni per un tratto corrono sullo stesso binario in entrambe le direzioni, con un’attesa minima di 20 minuti invece dei soliti 2-6. E tornare a Brooklyn è un incubo. Stessa cosa nei weekend: accalcati, puzzolenti, tutti gli sguardi diretti verso la stessa parete perché anche nei weekend ci si smezza la piattaforma. Allora guardi la busta che hai tra le mani e pensi “ma chi me l’ha fatto fà”. Lo pensi, non lo dici, perché tanto nessuno ti verrebbe dietro con la lamentela. Te lo puoi proprio scordare. Non un lamento, non un fiato. Non girano nemmeno dei meme sulle attese della linea L. Nemmeno un riferimento ad Aspettando Godot.

Ci ho riflettuto, e riflettuto. Poi un’illuminazione: non sarà mica che qui la gente non si lamenta perché sa che il disservizio viene causato non perché i macchinisti stanno da Starbucks, non perché gli autisti sono in sciopero quasi ogni venerdì, ma perché i lavori vanno fatti per migliorare il servizio, per renderlo più sicuro? Per il bene di tutti, insomma. Si mettono l’anima in pace, perché non pensano che qualcuno li stia fregando, non reclamano nemmeno uno sconto sugli abbonamenti, non se la prendono con il sindaco.

Ecco perché l’italiano espatriato che torna a casa si lamenta di più. Perché è in deficit di lamento e non vede l’ora di atterrare in Italia e trovare il primo difetto per potersi finalmente lasciare andare. Mi è successo spesso, rientrando a Fiumicino. Ma con mio disappunto, tutto era perfetto, anzi. Fiumicino è un aeroporto che se la può tirare alla grande, soprattutto in confronto a quelli di New York. Per fortuna poi, per uscire dal parcheggio, c’è qualcuno che ogni volta ci taglia la strada. Allora sospiro, trattengo il fiato per qualche secondo, e quando mio padre inizia con un matuguardastocorn… espiro e mi sento meglio. So bene che alla prima coda sul raccordo è uno sbuffare e alzare gli occhi al cielo tutto intorno. Un cielo che si vede intero.

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