Mentre le immagini di un’Italia climaticamente sconvolta scorrono davanti ai nostri occhi – da un lato alluvioni devastanti, dall’altro un caldo inquietante e anomalo – la nostra tv ancora fatica a trovare la chiave giusta per spiegare alle persone come il cambiamento climatico globale stia stravolgendo le nostre vite e come lo farà ancora di più. Come ho scritto poco tempo fa in un articolo si tratta di un compito difficile, perché è necessario trovare un equilibrio tra il catastrofismo apocalittico, che spinge la gente a mettersi in difesa, e la negazione dei fatti.

Ma qui il problema è un altro. E cioè che alcune testate tv – cito ad esempio Otto e mezzo (in particolare la puntata del 28 settembre scorso) – credono ancora che si debba discutere di clima come si parla, ad esempio, di manovra finanziaria o di come accogliere gli immigrati. E dunque invitando favorevoli e contrari, per poi farci sopra un bel dibattito. Sui social network questa convinzione è ancora più diffusa, tanto che ci sono persone che, quando si fa loro notare che sulla bacheca non c’è spazio per chi nega l’origine antropica del cambiamento climatico, ti accusano di non lasciare spazio alle opinioni altrui. Insomma, si crede ancora – ma che lo facciano i giornalisti è ben più grave – che ci possa essere un contraddittorio sia sul fatto che esista o meno un cambiamento climatico in atto, sia sulla natura di questo cambiamento.

Invece no. Che girino petizioni di sparuti “scienziati”, quasi sempre invischiati con le industrie legate ai fossili, non significa affatto allora che l’origine antropica del cambiamento climatico non sia un fatto assodato, dimostrato da evidenze scientifiche schiaccianti. Quegli “esperti” sono una percentuale ridicola rispetto alla massa di scienziati nel mondo allarmati e preoccupati per il cambiamento climatico, che magari studiano da anni o decenni. Non solo: bisogna ricordare che per ogni posizione scientificamente avallata da comunità e organismi scientifici c’è sempre un gruppetto di studiosi che grida contro. Proprio come accade per i vaccini, ad esempio.

E dunque, tornando alla tv e ai media. Chi nega il cambiamento climatico e la sua origine antropica non deve avere alcuno spazio in tv. Non va semplicemente invitato, non gli va dato credito, proprio come non lo si darebbe a uno che vuole curare i tumori con le erbe. Vi immaginate un dibattito simile? Non porterebbe discredito alla testata che lo ospita? E allora perché si ospitano scettici e negazionisti del clima? Ancora una volta, il nostro provincialismo si dimostra formidabile. Perché all’estero, appunto, le grandi testate giornalistiche questa questione l’hanno archiviata da tempo, e mai darebbero spazio a chi delira cercando di dire che i devastanti fenomeni che tutti abbiamo sotto gli occhi non siano tali.

Il The Guardian, ad esempio, ha fatto molto di più, decidendo da tempo di intraprendere un lavoro linguistico sul cambiamento climatico davvero interessante, cominciando a dire che ad esempio bisognerebbe parlare di “crisi” o “emergenza climatica”, o addirittura “catastrofe climatica” per dare ai lettori un’idea della gravità di ciò che stiamo vivendo.

Non solo. Sempre il Guardian si è rivolto a una banca immagini innovativa, Climate Visuals, che si sta impegnando per cambiare il nostro immaginario sul cambiamento climatico. Basta immagini di panda e orsi, fondamentale è invece raccontare l’impatto del riscaldamento globale sulle nostre esistenze: dunque foto di bambini in città con mascherine antigas, oppure macchine allagate nelle strade sempre cittadine. Non si può più parlare di estati torride, ad esempio, mostrando gente che si tuffa ridendo nelle fontane. Questo è ovvio, ma non da noi, dove ancora – ripeto – il livello del racconto del cambiamento climatico è ancora molto basso, specialmente in tv.

Ma appunto, passi un bambino che gioca nelle pozzanghere: ma l’opinionista negazionista nel talk show no. Per questo, anche chi invece del clima si occupa dovrebbe tirarsi indietro di fronte a un invito tv che contempli un contraddittorio con un negazionista. Uso questa parola consapevolmente e avanzo un ultimo, polemico paragone: si farebbe mai un dibattito sul fatto che la Shoah sia effettivamente avvenuta? Direte che il confronto è esagerato, ma io penso che l’esempio sia calzante. Tanti hanno paragonato la catastrofe climatica a una guerra; tanti, tra cui lo scrittore Jonathan Safran Foer, hanno usato proprio la metafora della Seconda guerra mondiale, sostenendo che per vincere questa battaglia ci voglia uno sforzo collettivo simile a quello messo in atto contro Hitler.

Non è possibile, allora, che nei talk show si continui a dare spazio a chi nega ciò che sta accadendo, magari perché pensa di dare voce a una particolare parte politica, ad esempio la Lega o Forza Italia, che ha esponenti che si sono resi protagonisti di iniziative negazioniste aberranti (e proprio nel cuore delle istituzioni come il convegno, sia pure informale, di Maurizio Gasparri in Senato, il luogo che in aprile aveva acclamato Greta Thunberg). Se pure ci fosse un partito che nega il riscaldamento, un giornalista serio denuncerebbe semplicemente l’assurdità delle sue posizioni, pena il diventare ridicolo.

Insomma, non c’è più tempo: non solo per salvare il pianeta, ma anche per permetterci il lusso di posticipare un’informazione sul clima davvero seria e competente. E soprattutto meno provinciale.

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