di Andreina Fidanza

I casi verificatisi nell’ultimo lustro ormai non si contano più. Da Milano a Roma, il saluto romano ha trovato quell’humus che a distanza di un secolo continua a promuovere, favorire e condizionare il sorgere di situazioni che riportano al Ventennio, periodo che ha segnato indelebilmente la storia del Paese.

A dover impedire tutto questo esisterebbe ancora la legge (645 del 20 giugno 1952, “Legge Scelba“, e successivamente la “Legge Mancino” 205 del 25 giugno 1993 ); ma il condizionale è d’obbligo, viste alcune sentenze che hanno assolto la punibilità dell’atto.

È successo a Milano, quando i giudici nel processo ai quattro militanti di Lealtà Azione – che erano stati accusati di apologia del fascismo per avere organizzato una manifestazione con saluti romani al Campo X del Cimitero maggiore di Milano – hanno assolto il gesto del “braccio teso” e altri stilemi del Ventennio che non vengono considerati reato se rientrano nell’ambito di commemorazioni.

È successo con altri tre esponenti di estrema destra, assolti perché, sempre nel contesto di una rievocazione, avevano esposto uno stendardo dell’associazione combattenti “29ma divisione granatieri Waffen-SS” urlando lo slogan nazista Sieg Heil. Secondo il Tribunale, quella era “una manifestazione di pensiero costituzionalmente garantita” e non in grado di mettere in discussione “l’ordine democratico”.

È successo quando una recente sentenza della Cassazione ha assolto due militanti di Casapound, autori di un saluto fascista in una commemorazione nel 2014, spiegando che il gesto va considerato “una libera manifestazione del pensiero”.

Eppure, nonostante assoluzioni varie, è anche successo che la “Legge Mancino” sia stata utilizzata dai supremi giudici della Cassazione, i quali hanno confermato la condanna a un mese e dieci giorni di reclusione con pena sospesa per Gabriele Leccisi, avvocato milanese e figlio di Domenico – fedelissimo del Duce che nel 1946 trafugò la salma di Benito Mussolini dal cimitero milanese di Maiocco – che l’8 maggio 2013 fece il saluto romano a Palazzo Marino, mentre era in corso una seduta pubblica della commissione consiliare sul tema della sistemazione per i nomadi sgomberati alla fine di aprile dal campo di Viale Ungheria.

Una decisione, si legge nella sentenza, che certifica come inneggiare al fascismo sia vietato dalla legge Mancino, in quanto rievoca una ideologia basata su “valori politici di discriminazione razziale e intolleranza”, aggiungendo che il “saluto fascista” seguito dalla parola “presente” è una “espressione gestuale pregiudizievole dell’ordinamento democratico e dei valori che vi sono sottesi”. Inoltre, per la Suprema corte, si tratta di un comportamento “usuale di organizzazioni o gruppi inequivocabilmente diretti a favorire la diffusione di idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico”.

Allora la domanda sorge spontanea: ma il saluto romano è o non è vietato dalla legge italiana? Ora rimane da capire, se il gesto è vietato dalla legge, come sia possibile assistere al perpetuare del saluto romano come in occasione del recente funerale di Stefano Delle Chiaie, svoltosi a Roma nella basilica di San Lorenzo fuori le mura, dove un’ottantina di persone hanno salutato con il braccio teso l’ideologo neofascista fondatore di Avanguardia nazionale, finito sotto inchiesta per le stragi di piazza Fontana e alla stazione di Bologna. Oppure a quello dei militanti di CasaPound scesi nella piazza romana di San Giovanni per la manifestazione-evento del centrodestra “Orgoglio italiano”.

A un secolo di distanza, con una legge in vigore, sarebbe il momento di mettere la parola fine a un comportamento che rievoca in ogni contesto in cui viene espletato la diffusione di idee fondate sull’odio etnico, perché il diritto alla libera manifestazione del pensiero finisce dove inizia l’istigazione al razzismo.

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