Ha vinto la linea dura dei 17 senatori M5s: l’immunità penale per i gestori dell’ex Ilva di Taranto, per il momento, non tornerà. L’emendamento a prima firma di Barbara Lezzi è stato approvato dalle commissioni Industria e Lavoro del Senato e quindi salta il nuovo scudo penale, ridotto e a tempo che sarebbe stato reintrodotto per volere di Luigi Di Maio nel dl Salva Imprese. Così, non appena il decreto legge sarà convertito, ArcelorMittal si ritroverà scoperta.

È la condizione in cui l’azienda, quando l’immunità era stata completamente eliminata dal decreto Crescita, aveva minacciato il disimpegno. Così cresce la preoccupazione dei sindacati per i posti di lavoro, mentre Matteo Salvini attacca e il ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, prova a stemperare la tensione che cresce attorno all’acciaieria tra tutele legali ora inesistenti e produzione che stenta a raggiungere livelli accettabili. Per dirla con le parole del nuovo amministratore delegata, Lucia Morselli, in grado di “pagare gli stipendi”. L’unico silenzio è proprio quello di ArcelorMittal che, per il momento, si trincea dietro un “no comment”, probabilmente aspettando di comprendere nel faccia a faccia che si terrà “presto” con il ministro Patuanelli in cosa si concretizzerà l’ordine del giorno proposto da Pd e Italia Viva – e approvato – che impegna il governo a garantire l’attività su Taranto in un quadro ‘green’ ovvero di una “progressiva decarbonizzazione dell’impianto”.

Troppo poco, secondo i sindacati che marciano compatti e chiedono una convocazione urgente da parte del ministero dello Sviluppo Economico. “Sia la decisione improvvisa, relativa al cambio dell’amministratore delegato, che il riaprirsi della vicenda connessa alle tutele legali previste nel decreto Salva Imprese generano incertezze sulla prospettiva dello stabilimento di Taranto, sull’insieme del gruppo ArcelorMittal e su tutto il sistema indotto”, sottolineano chiedendo dunque un faccia a faccia “per una verifica degli impegni assunti tra le parti con l’accordo di settembre 2018, alla luce degli ultimi sviluppi”.

Gli scenari tratteggiati da Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm sono chiari: secondo i leader Francesca Re David, Marco Bentivogli e Rocco Palombella, quello che si profila ora sarà “nella migliore delle ipotesi il rischio di una drastica riduzione dell’occupazione, nella peggiore il prologo ad un disimpegno a lasciare il nostro Paese”. Un’azione politica e aziendale che “ad un anno di distanza cambia le carte in tavola”, continuano i segretari dei tre maggiori sindacati metalmeccanici, “non ha nessuna credibilità”. Il cedimento del governo di fronte all’iniziativa dei 17 senatori pentastellati viene criticato anche da Salvini che annuncia “barricate” per “evitare anche un solo licenziamento”.

La patata bollente ora è tutta nelle mani di Patuanelli, che nel pomeriggio interverrà in Aula sul tema. L’immunità era stata reintrodotta – in una versione ‘soft’ – nel decreto Salva Imprese dal governo Lega-M5s e pubblicato in Gazzetta Ufficiale a inizio settembre, quasi un mese dopo il via libera salvo intese del Consiglio dei ministri e a pochi giorni dalla scadenza del 6 settembre quando lo scudo penale sarebbe stato assente per effetto del decreto Crescita. La norma, soppressa dall’emendamento dei 17 senatori M5s, circoscriveva la non responsabilità dei gestori alle condotte realizzate in attuazione del piano ambientale.

“A breve incontrerò l’azienda”, ha annunciato spiegando che, a suo avviso, “non ci siano motivazioni per non continuare l’attività produttiva” e ha provato a calmare le acque: “Non credo ci possa essere un piano industriale di questo Paese senza la produzione di acciaio, va garantita la continuità produttiva. Interloquiremo con l’azienda e faremo assieme le scelte necessarie per garantire la continuità produttiva anche nel caso di sviluppo di nuove tecnologie”.

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