La premessa è d’obbligo: non troverete in questo articolo nessuna retorica della bellezza di un’economia depressa, che porta ovviamente a disoccupazione e quindi a povertà individuale e collettiva. Troverete invece un ragionamento, a mio avviso cruciale. E che parte dalla lettura di articoli che annunciano il taglio, da parte del Fondo monetario, delle stime mondiali di crescita con toni di allarme e dramma.

Articoli che, a mio avviso, si potrebbero leggere in maniera molto, molto diversa. Andando infatti a vedere quali sono stati i motivi dello stop alla crescita, anche per l’Italia (crescita zero nel 2019), si vede che a pesare di più, oltre a Brexit e dazi americani, è il calo del settore dell’auto, anche – si legge – a causa dell’abolizione degli sgravi per l’acquisto di auto in Cina e per le norme più rigide delle emissioni.

Dunque una prima riflessione: una cosa che i giornali presentano come negativa, lo stop della crescita, è causata da due fatti positivi: il fatto che anche in Cina si rendano conto che forse il modello di sviluppo da seguire non è quello che noi abbiamo vissuto anni prima, perché il mondo è cambiato, visto che l’inquinamento del paese è ormai a livelli insostenibili e c’è il cambiamento climatico. E il fatto che ci siano dei tetti alle emissioni, misura sacrosanta che sta cercando, non sappiamo se riuscendovi, di salvare la pelle di noi tutti dalla fine (anche piuttosto dolorosa, visto che l’aumento delle temperatura è cosa inquietante e concreta).

Insomma, a ben guardare ci sarebbero anche aspetti positivi in questo stop alla crescita. Ma se lo stop viene letto all’interno di un paradigma che vede la crescita come obiettivo primario, come quello in cui è immersa ancora buona parte del mondo, sicuramente l’Europa e sicuramente l’Italia (nuovo governo compreso), ovviamente appare come un dramma e come tale viene comunicato.

Mentre scrivo mi appaiono sullo schermo pubblicità ossessive di macchine. Accendo la radio e sento pubblicità continue di macchine, taeg zero, bonus rottamazione e via dicendo. La televisione? Identico. Da qualche tempo comincio a trovarle letteralmente ansiogene: sembra che le aziende non vogliano venderci altro che macchine, in un momento storico in cui tutti, compresi gli stessi comuni, non fanno altro che pensare a come trovare un’alternativa a quelle macchine che non sappiamo più dove mettere, che producono emissioni ma anche sostanze che distruggono l’apparato respiratorio di adulti e anche dei nostri di figli. È una situazione letteralmente surreale, che ovviamente non vale solo per le auto ma per l’immenso mondo di merci che noi dovremmo comprare.

L’esempio macchina vale ancor di più quando si parla di crescita (o decrescita) perché l’obiettivo delle aziende è ora quello di costruire il più rapidamente possibile, e poi vendere, macchine che ad emissioni zero non saranno mai, ma comunque elettriche. Piccole, ma anche grandi, come i Suv. Ora, è evidente che la macchina elettrica va benissimo, per chi se la può permettere, ma il problema è che non possiamo sostituire tutte le macchine con macchine elettriche; perché il problema fondamentale è che le macchine sono troppe e vanno drasticamente diminuite.

E allora di nuovo, è inutile pensare che si potrà avere una crescita rispettosa dell’ambiente ma identica in quantità perché il punto è proprio la quantità, l’assurda mentalità usa e getta che sta letteralmente distruggendo l’unico ambiente che abbiamo. Eppure tutti i nostri politici ancora pensano che esista una crescita green (che in parte è anche vero), ma che la stessa abbia le stesse caratteristiche della crescita non green. E cioè consumi, consumi, acquisti, magari green, e via dicendo.

Bisogna dirlo chiaramente: cambiare significa proprio dismettere il paradigma della crescita infinita (quella materiale, ché spirituale è altra cosa). Bisogna smettere di consumare il non necessario, quindi praticamente la gran parte di ciò che acquistiamo. Bisogna riciclare, riutilizzare, condividere. Dal punto di vista individuale, la cosa non provoca grande sofferenza, visto che si tratta di beni inutili, come il movimento per la decrescita felice ci ha ben spiegato. Ma certo ci sono dei costi sociali ed economici notevoli.

Anzitutto, tantissime aziende che chiudono, persone senza lavoro. Può sembrare una cosa tremenda, e lo è, ma purtroppo la soluzione non è tornare indietro al paradigma precedente, quello che ci ha portato al collasso, quanto invece ripensare gli strumenti di sostegno al reddito proprio in una società dove probabilmente ci sarà disoccupazione. Almeno in un momento di passaggio perché poi gradualmente le persone si formeranno per i nuovi lavori che una nuova, diversa economia, creerà. Bisogna dunque potenziare i vari redditi di cittadinanza, in modo che non ci sia conflitto sociale e le persone possano vedere i vantaggi di una transizione ecologica senza vederne gli svantaggi.

Cosa dite? Non si può fare? Non ci sono i soldi? Se già oggi quantificassimo quanto finora speso per aggiustare i danni causati da eventi climatici estremi avremmo miliardi e miliardi per finanziare redditi di cittadinanza per tutti. Se calcoliamo poi quelli che si dovrà spendere quando le conseguenze del cambiamento climatico saranno ancora più gravi e disastrose, beh, davvero non c’è di che preoccuparsi nella ricerca di fondi di sostegno al reddito (a meno che non stiamo pensando di lasciare chi ha subito un’alluvione o è vittima di calore senza pompieri e ambulanze).

Ma bisogna capire questo passaggio e archiviare, o almeno cambiare drasticamente, il mito della crescita. Altrimenti, c’è una sola alternativa: andare dritti dritti con un Suv, sia pure ibrido, verso l’abisso.

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