Il presidente americano Donald Trump ha firmato il decreto con cui dà il via libera alle sanzioni Usa alla Turchia per il suo attacco ai curdi nel nord della Siria. Sanzioni che puntano agli uomini del governo: “Se la Turchia continuerà la sua operazione, esacerberà la crisi umanitaria, con potenziali disastrose conseguenze. Per evitare ulteriori sanzioni Ankara deve immediatamente cessare la sua offensiva e tornare al dialogo con gli Stati Uniti”, afferma il segretario di Stato americano Mike Pompeo. Una prima debole reazione americana a cui il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha risposto con un editoriale pubblicato sul Wall Street Journal: “La comunità internazionale deve sostenere gli sforzi del nostro Paese o cominciare ad accettare i rifugiati” dalla Siria.

Dopo aver scritto in un tweet di essere “pronto a distruggere rapidamente l’economia turca se i leader continuano questa strada pericolosa e distruttiva”, Trump ha firmato le prime sanzioni e poi chiesto al suo vice Mike Pence di guidare una delegazione che vada in Turchia e cerchi di avviare trattative per un cessate il fuoco. “Trump ha detto chiaramente” a Erdogan che gli Stati Uniti “vogliono che la Turchia cessi l’invasione, attui un immediato cessate il fuoco e inizi a negoziare con le forze curde in Siria per mettere fine alla violenza”, dice Pence. Ma ormai la frittata sembra fatta e Trump continua a lanciare messaggi contraddittori sui curdi, alleati Usa nella lotta all’Isis ora abbandonati all’offensiva di Erdogan. E ora sono tutti contro di lui, compreso l’establishment del partito. “Abbandonare questa battaglia ora e ritirare le forze Usa dalla Siria ricreerà le condizioni per la cui eliminazione abbiamo lavorato duro e causerà la rinascita dell’Isis“, ha accusato il leader dei senatori repubblicani Mitch McConnell, finora uno dei più stretti alleati del presidente.

Anche la Gran Bretagna ha fatto sapere che sospenderà il rilascio di “ulteriori licenze” alla Turchia per forniture di “equipaggiamenti che possano essere usate in operazioni militari in Siria”. Lo ha reso noto il ministro degli Esteri, Dominic Raab, promettendo invece solo “una continua revisione” delle esportazioni di armi già in essere. Raab condanna quella turca come “un’azione sconsiderata e controproducente, che dà forza alla Russia e al regime di Assad“, dicendo di non aspettarsela “da un alleato”.

Fonti del governo di Berlino fanno sapere però che, per il momento, “il tema delle sanzioni alla Turchia non è in agenda” del prossimo Consiglio europeo di giovedì: si “parlerà dell’invasione della Turchia”, prosegue, ma non di sanzioni. Tuttavia, data la fluidità della situazione nella regione e i cambiamenti giorno per giorno, non è nemmeno possibile escludere del tutto questa misura, puntualizzano. Inoltre, continua la fonte, “non credo che si parlerà di un’innalzamento della quota di denaro messa a disposizione per l’intesa tra Unione Europea e Turchia”.

La Russia, per bocca dell’inviato speciale russo per la Siria, Alexander Lavrentyev, fa sapere che uno scontro militare tra Turchia e Siria non è nell’interesse di nessuno: “Penso che lo scontro militare fra Turchia e Siria non solo non sia di interesse per nessuno, ma che sia semplicemente inaccettabile. Questo è il motivo per cui non lasceremo che ciò accada, ovviamente”.

A tal proposito, il ministero della Difesa russo riferisce che l’esercito siriano ha preso il “pieno controllo della città di Manbij e degli insediamenti dei dintorni”, incluse Dadat e Umm Miyal, due delle basi in cui si trovavano fino a poche ore fa i militari americani: i soldati Usa “hanno lasciato due delle loro basi in Siria, nella zona di Dadat, a nord ovest di Manbij, e a Umm Miyal, per ripiegare verso il confine con l’Iraq“, precisa Mosca. “La polizia militare russa continua a pattugliare il confine nordoccidentale di Manbij, lungo la linea di contatto fra le forze siriane e turche”, si precisa. L’agenzia russa Tass ha inoltre rilanciato una notizia diffusa ieri da Newsweek, sulla base di informazioni di un funzionario senior del Pentagono, secondo cui Washington ha accettato di lasciare il controllo di Manbij a Mosca. Versione confermata, secondo quanto riportano alcuni media panarabi, anche dalla coalizione occidentale.

“La Turchia sta intervenendo dove altri hanno mancato di agire”, è invece il titolo scelto da Erdogan per il suo intervento sul Wall Street Journal. “I flussi di rifugiati siriani, la violenza e l’instabilità ci hanno spinto ai limiti della nostra tolleranza“, scrive il presidente turco che ricorda l’impegno del suo Paese nell’ospitare 3,6 milioni di rifugiati siriani e rivendica di aver speso “40 miliardi di dollari per offrire loro educazione, assistenza sanitaria e alloggio”. Tuttavia, insiste, “senza supporto finanziario internazionale non possiamo impedire ai rifugiati di andare in Occidente”. Erdogan spiega quindi di aver deciso l’offensiva in Siria dopo aver “concluso che la comunità internazionale non avrebbe compiuto i passi necessari” ad affrontare la situazione.

L’avanzata turca nel nord della Siria e l’emergenza umanitaria
Sul terreno, intanto, l’avanzata di Ankara prosegue, con il governo che sostiene di avere già conquistato 1.000 chilometri quadrati di territorio: “Abbiamo salvato dall’occupazione dei terroristi mille chilometri quadrati di territorio – ha dichiarato Erdogan – Presto metteremo in sicurezza l’intero confine turco-siriano, da Manbij al confine con l’Iraq”. Mentre le forze di Damasco risalgono la Siria da est e da ovest fino a una ventina di km dal confine, stringendo il campo d’azione dell’offensiva, la Turchia ha lanciato l’assalto alla città strategica di Manbij e si prepara ad attaccare Kobane, dove si sono ritirati i marines Usa ma starebbero arrivando proprio le forze governative di Assad. I carri armati turchi sono stati schierati anche a Jarablus, pronti ad attraversare l’Eufrate verso est con ponti ad hoc per dirigersi verso i dintorni di Kobane. Ma la città simbolo della resistenza curda all’Isis, su cui Erdogan sostiene di avere un’intesa con Vladimir Putin, resta al momento off limits, in attesa di capire se il vuoto lasciato dagli americani verrà riempito dall’esercito di Assad.

I martellamenti dell’artiglieria e dell’aviazione turca proseguono intanto tra Tal Abyad e Ras al Ayn, dove i villaggi e le postazioni conquistate sono una cinquantina. Ankara sostiene di aver “neutralizzato” 560 miliziani curdi, di cui 500 uccisi. L’Osservatorio siriano per i diritti umani fissa invece la cifra a 128, indicando inoltre 94 perdite tra i combattenti arabi filo-Ankara e 8 tra i soldati turchi, rispetto ai 5 confermati dalla Turchia. Gravissima resta anche la situazione umanitaria, con decine di vittime civili sul fronte curdo e 18 su quello turco. Per l’Organizzazione mondiale della sanità gli sfollati interni sono ormai 200mila, di cui 70mila bambini secondo l’Unicef, mentre 1,5 milioni di persone hanno bisogno di assistenza sanitaria, con un forte rischio di malattie infettive.

La forze curde, oltre che con le truppe di terra, sta tentando di rispondere all’offensiva con colpi di mortaio oltre il confine con la Turchia. È di almeno due civili uccisi e altri 12 feriti il bilancio dell’ultimo attacco di questo tipo portato avanti dalle Syrian Democratic Forces (Sdf). Lo riferiscono le autorità locali turche, dopo che inizialmente i media avevano parlato di “numerosi feriti” a seguito degli spari nella zona di Kiziltepe, nella provincia frontaliera di Mardin. Salgono così ad almeno 20 le vittime civili in territorio turco dall’inizio dell’operazione militare.

Perdite turche, secondo quanto riferito dalla Difesa di Ankara, si sono registrate anche nell’area di Manbij, città a ovest del fiume Eufrate dove nella serata di lunedì è iniziata l’offensiva turca. Almeno un soldato di Erdogan è rimasto ucciso e altri 8 risultano feriti in scontri con le milizie curde.

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