+++ ATTENZIONE SPOILER +++

A Venezia devono aver invertito i premi: a Joaquin Phoenix dovevano dare quello come miglior attore, lasciando perdere un film certo degno di nota ma ruffiano quant’altri mai. Todd Phillips gira un film tutto attorno a Phoenix, che è un dio dell’Olimpo e tiene due ore con la sua faccia e le sue mossette. Attore mostruoso, immenso; colonna sonora splendida; regia ammiccante; ralenti “artistico” à gogo.

Eppure non bastano gli dei per girare una storia sul perché Superciuk è diventato cattivo oppure sulle radici dell’irascibilità di Paperino (sarà stato abusato da bambino, pardon da paperotto?). Un film talmente ruffiano da attivare un giudizio parossistico, talmente ridicolo da diventare sublime, producendo anche nello spettatore più avvertito una peritanza: “Devo proprio dirlo che a me me pare na strunzata?”.

Invece diventa il gioco delle parti, in questo mondo di certezze perdute e di autorità sgretolate, di gerarchie seppellite sotto la nobilitazione del basso e l’abbassamento dell’alto, in cui tutti commentiamo compunti e seriosi la storia del personaggio dei comics come se fosse Delitto e castigo. E allora non ci sottraiamo. Diamo anche noi, come ha scritto Anthony Lane sul New Yorker, il nostro contributo gratuito all’ufficio marketing della Warner Bros.

In Joker intanto la violenza è il jolly, et pour cause, che serve a spezzare qualsiasi dubbio e qualsiasi noia. La violenza latente che inchioda, quella che esplode e che leva il respiro, che risolleva un racconto altrimenti piuttosto ordinario. L’espediente dunque, come nella migliore tradizione del mestiere del cinematografaro. Ma in fondo la storia è banale per come intende non tanto forse “spiegare”, ma anche solo raccontare la discesa agli inferi di Arthur Fleck: comico spiantato e privo di talento, rifiuto della società, abusato da bambino, ingannato da sua madre, adottato e che quando si presenta al presunto padre Thomas Wayne (sì, quel Wayne) ne riceve per tutta risposta un pugno in faccia. Thomas, il magnate che la madre gli ha detto essere suo padre; ma forse quella storia è solo il parto di una mente malata. Fleck paranoide rifiutato, emarginato urbano nella Gotham City della violenta indifferenza, lupo solitario che vuole solo un po’ d’affetto.

Joker è un po’ Travis Bickle di Taxi Driver, un po’ personaggio dostoevskiano, ma anche un po’ Goodfellas con quella violenza sempre rattenuta e sempre pronta a esplodere. Eppure Joker è anche Jacques Bonhomme, l’eponimo “eroe” delle jacqueries, delle devastazioni contro i nobili: distruzioni liberatrici ma prive di senso politico. Jacques Bonhomme, soprannome dato dai nobili a quei poveracci. E del resto a un certo punto Thomas Wayne dice che “coloro che hanno fatto qualcosa della loro vita guardano coloro che non l’hanno fatto e vedono solo dei clown”.

Quando Joker uccide i tre yuppies nella metro, la folla lo assume come vendicatore dei torti subiti, innesco della violenza risentita di quel sacco di patate – come diceva Marx dei contadini che spaccavano tutto e che portarono Napoleone III al trono – che non può rappresentarsi, ma che deve essere rappresentato. E ci pensa Phillips, con questa epopea conservatrice in cui si ammicca ai torti dei ricchi, ma in fondo la folla risponde solo con dei riots liberatori ma politicamente nulli.

Il labelling ha funzionato: definiti clown, gli esclusi lo diventano davvero. Questa racaille, questa “feccia” – come l’allora ministro Nicolas Sarkozy definì i protagonisti delle sommosse nelle banlieues parigine -, questa canaglia aizzata dall’emarginazione non ha idee, non ha coscienza, ha solo voglia di spaccare tutto. Ed è certo potente l’immagine dei ricconi in tuxedo che guardano ridendo l’impazzimento nevrotico di Charlie Chaplin in Tempi moderni mentre fuori tutto crolla.

Ma rimane il fatto di un sociologismo ecumenico che da un lato ammicca alla devianza come frutto sociale (i tagli dei fondi all’assistenza psichiatrica, la perdita del lavoro, l’arroganza degli yuppies), dall’altra “rappresenta” (per l’appunto) la racaille come bestia senza volto (ovvero mascherata) dedita alla devastazione cieca, su cui posa il suo sguardo indulgente il Joker, distruttore perché “malato”, principe del Male di Gotham City.

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