Sabato 12 e domenica 13 ottobre Milano ospiterà ECOlogica, la festa delle idee verdi. È la prima occasione d’incontro e di dibattito per Europa Verde e un passaggio decisivo che vedrà la partecipazione dal basso e dai territori di chi davvero crede nella costruzione di un’alternativa politica e ambientalista plurale in Italia.

In quell’Italia che guarda al Vecchio Continente, ne condivide le premesse e le aspirazioni, ma non rinuncia a indicare una strada diversa dalle scelte liberiste e dalla retorica dei conti in ordine che hanno finora dettato legge. E incoraggiato l’affermazione dei movimenti sovranisti. Europa Verde è una priorità (navigare necesse est, raccomandava Plutarco) imposta dalle comuni aspirazioni e dall’urgenza di cambiare passo per non attendere, perdonate l’immagine, le nostre spoglie seduti sulla riva del fiume. Non abbiamo tempo, e lo dico senza enfasi: l’emergenza può diventare un’opportunità solo se saremo capaci di ridisegnare i confini della nostra democrazia, solo se ci batteremo per un’Europa verde, equa e giusta.

Con noi, con i Verdi, saranno a Milano tutte le persone che stanno contribuendo al processo di radicamento sui territori di Europa Verde. A Milano presenteremo la nostra finanziaria climatica, una piccola grande novità nell’asfittico panorama italiano. Una novità che ci legittima come forza di governo, come opzione seria e ponderata, scrollandoci di dosso, speriamo per sempre, il facile cliché di “quelli che dicono sempre no”.

I grandi protagonisti della Festa saranno i giovani. Sono loro stessi a ricordarcelo quando scendono in piazza in ogni angolo del mondo. Chiedono di poter contare, di dire la loro su un futuro che, non fosse altro per ragioni anagrafiche, appartiene loro. Erano in tanti, tantissimi, il 27 settembre per lo sciopero globale, e lo saranno sempre di più, anche in Italia: a Milano, a Roma, a Palermo, a Torino, ovunque.

I ragazzi italiani chiedono, tra le altre cose, di poter votare a 16 anni e di essere eletti a 18. Oggi, se non ricordo male, bisogna avere 25 anni per entrare alla Camera e 40 per occupare uno scranno al Senato. Un’offesa al buonsenso e allo scandire delle lancette: siamo saldamente nel nuovo millennio, sappiatelo.

Per quel che mi riguarda mi associo, con entusiasmo, alle loro richieste, e mi spingo oltre le colonne di Ercole: la partecipazione alla vita politica non sarà davvero democratica finché in Italia un 16enne non potrà votare e un 18enne non potrà essere eletto. I ragazzi di Europa Verde, coordinati da Luca Boccoli e sostenuti dai Giovani Verdi Europei, si sono già messi in movimento. Il Comitato si chiama 16 Credici, ed è una proposta di legge d’iniziativa popolare per abbassare l’età dell’elettorato attivo e passivo.

Quest’aspetto è dirimente. Limitarsi a concedere il voto ai 16enni sbarrandogli l’accesso al Parlamento avrebbe il sapore di una truffa. Sarebbe l’ennesimo buffetto paternalista, il solito tentativo di cambiare tutto perché nulla cambi. Il progetto di 16 Credici va controcorrente. Forse anche contro lo Zeitgeist, lo spirito del tempo. Ne è prova il recente taglio dei parlamentari: il governo ha preferito la “popolarità” alla responsabilità senza preoccuparsi di ricomporre il sistema, di dare nuova forma e vita alla rappresentanza.

Una riforma “popolare” è per forza giusta? Noi rispondiamo di no, il sistema ha bisogno di equilibrio e di rinnovare le virtù della politica rovesciando una narrazione grottesca e pericolosa (“pensano soltanto alle poltrone” è una supercazzola). Può farlo spalancando le porte del Parlamento ai 18enni, ai cittadini del futuro.

Alle Europee il 51 per cento dei giovani si è astenuto perché non crede nelle istituzioni. Diamo a loro, a quelli che se ne sono andati al mare, una possibilità di ricredersi, e diamogliela subito prima che lo scollamento tra istituzioni e corpo elettorale diventi una voragine. Prima che questa domanda di democrazia venga intercettata da chi sostiene che – piroetta dialettica, paradossi della storia – la democrazia è il frutto ormai maturo di una stagione antica. Sarebbe una sconfitta irrimediabile, per tutti, non solo per i giovani. La democrazia, ne sono convinta, va difesa difendendola. Rilanciandola. Allargandola. Restituendo dignità al Parlamento e al suo lavoro, ferito dal ricorso sempre più frequente alla decretazione d’urgenza.

Non è finita. I giovani reclamano lavoro, e senza lavoro non c’è democrazia che tenga, sempre lì si torna, a quella forma remota e imperfetta di governo ma pur sempre la migliore tra le conosciute. La politica, nell’accezione più nobile del termine, deve caricarsi sulle spalle i problemi, deve pensare a chi il lavoro ce l’ha, nuovi diritti per nuovi lavori, e a chi il lavoro non ce l’ha. Ecco perché la finanziaria climatica di Europa Verde prevede la sperimentazione di una misura strutturale di sostegno al reddito. Costerebbe sei miliardi di euro l’anno e permetterebbe di vivere in modo dignitoso a chi non è entrato nel mercato del lavoro, a chi ne è uscito anzitempo e a chi ne fa parte senza un reddito sufficiente.

A tutti loro andrebbero 600 euro al mese. Pochi? Tanti? Parliamone. Per il futuro si possono studiare anche forme d’incoraggiamento alle piccole imprese di giovani con una detassazione progressiva: i primi anni paghi poco o nulla, per andare a regime una volta che ti sei conquistato uno spazio sul mercato.

Si può fare questo e molto altro ancora: questa Festa, questa due giorni milanese di metà ottobre, incastrata tra una brutta pagina politica (il taglio dei parlamentari) e un’altra ancor peggiore (l’aggressione di Erdogan ai curdi), deve essere l’occasione per confrontarci e per metterci all’ascolto, per ritrovare quell’entusiasmo che i giovani ci chiedono di condividere. È questa la buona politica. È questa la politica in cui credo.

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