Lo aveva già annunciato nelle scorse settimane, poi aveva deciso di temporeggiare. Ma la scelta di Donald Trump di ordinare il ritiro delle truppe dal Rojava, la regione settentrionale della Siria a maggioranza curda, era comunque prevedibile. Scelta smentita, però, nella mattinata di martedì – meno di un giorno dopo l’annuncio ufficiale – dalla stessa Casa Bianca: “Non abbiamo dato alcuna luce verde” all’invasione.

Resta però la pericolosa (non solo per il popolo curdo) schizofrenia di un’amministrazione che si spiega anche con il tentativo di distrarre l’opinione pubblica dagli scandali di casa, con i media americani in forte pressing sul presidente americano sui dossier Russiagate e Kievgate.

Pesano le indiscrezioni sui contatti tra il ministro della Giustizia Usa, William Barr, e i servizi segreti americani per scovare l’informatore Joseph Mifsud, professore dell’Università Link Campus, che per primo ha contattato il comitato elettorale dell’allora candidato repubblicano per metterlo al corrente dell’esistenza di mail “imbarazzanti” riguardanti Hillary Clinton. E pesa anche l’annuncio di una imminente testimonianza di un secondo funzionario dell’intelligence Usa sulla telefonata tra The Donald e il suo omologo ucraino, Volodymyr Zelensky, per chiedere un’indagine sulla famiglia del candidato democratico alle prossime Presidenziali, Joe Biden.

Messo all’angolo, Trump ha così cercato di reagire il più in fretta possibile. E lo ha fatto con un’operazione di distrazione in linea con le promesse fatte in campagna elettorale e molto popolare in America, anche se non certo tra l’establishment militare: We want to bring our soldiers back home, si legge in un comunicato ufficiale diffuso dalla Casa Bianca, “vogliamo riportare i nostri soldati a casa”.

Lo aveva ordinato più volte riguardo alla presenza dei quasi 30mila soldati a stelle e strisce in Corea del Sud e al Trattato di libero scambio con il Paese asiatico (Korus) che crea un importante disavanzo commerciale per Washington. A convincerlo che sarebbe stato un suicidio sono stati i suoi consiglieri e l’ex segretario della Difesa, James Mattis, spiegandogli che quei miliardi di dollari venivano ripagati da una presenza militare che permette agli Usa di monitorare l’operato della Corea del Nord e scongiurare un eventuale attacco missilistico da parte di Pyongyang.

Allora l’attenzione di Trump, sempre in nome dell’America First, si era spostata sull’Afghanistan. “Se avessimo voluto combattere una guerra in Afghanistan e vincerla, avrei potuto vincere quella guerra in una settimana – ha recentemente dichiarato il presidente – ma siamo troppo concentrati nel ricostruire scuole”. Ormai sono appena 14mila i soldati presenti sul territorio, ma un ritiro, più volte chiesto dal tycoon, avrebbe diverse conseguenze negative: arrendersi alla sconfitta in una guerra lunga 18 anni; lasciare un Paese totalmente destabilizzato e, visto il trend delle operazioni militari, in mano a Taliban e altri gruppi terroristici; lasciare alle altre potenze regionali avversarie campo libero per mettere le mani sullo Stato centroasiatico. Così, anche su questo dossier lo staff è riuscito a frenare il suo impeto.

Ora tocca ai curdi. L’annuncio del ritiro, mesi fa, ha già fatto le sue vittime con le dimissioni di Mad Dog Mattis e dell’inviato speciale della coalizione internazionale anti-Isis, Brett McGurk. Oggi, a rischiare di pagare il prezzo più duro sono le popolazioni che vivono nel nord della Siria, come già successo dopo l’invasione e l’annessione di fatto della cittadina curdo-siriana di Afrin.

Di fronte alle critiche, l’amministrazione ha già fatto (di nuovo) una mezza marcia indietro: si tratta di uno spostamento di “50-100 unità”, ha dichiarato Trump ribadendo che, però, i militari “non devono correre il rischio di essere feriti, uccisi o catturati” in caso di attacco turco. Un’altra scelta dettata dalla propaganda e legata ai consensi. L’ultima uscita a effetto del presidente Trump per distrarre dagli scandali interni. A spese del popolo curdo.

Twitter: @GianniRosini

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