Downtown Cairo, cuore pulsante della capitale egiziana, dalla stazione ferroviaria di Ramses fino a Taalat Harb. Tarda mattinata di domenica 6 ottobre. Sanaa Seif, 26 anni e una lunga carriera di attivista anti-regime alle spalle, sta passeggiando assieme ad un conoscente, quando alcuni agenti della polizia la fermano e le chiedono prima i documenti e poi di visionare il suo smartphone. La polizia del Cairo è a caccia degli spettri che ‘infestano’ la società civile e democratica egiziana. I pericoli e le minacce per la tenuta del regime di Abdel Fattah al-Sisi si annidano dentro le memorie degli apparati tecnologici e vengono divulgati attraverso la rete dei social network, il principale canale di diffusione del dissenso verso un governo ritenuto illiberale che in due settimane ha arrestato più di tremila persone. I soliti sospetti.

Sanaa Seif è più di una sospettata, per questo gli zelanti poliziotti le chiedono di lasciar loro dare una sbirciatina ai suoi account Twitter, Facebook e Telegram per trovare prove di cospirazione. Sanaa si oppone alla richiesta e in risposta gli agenti la caricano a bordo di un mezzo per condurla al commissariato di Abdeen, a due passi. L’allarme scatta all’istante e poco dopo i familiari e l’avvocato della blogger e docufilmer (è stata tra una delle anime principali del documentario The Square dedicato alle proteste di piazza Tahrir e dei due anni successivi alla rivoluzione, premiato al Sundance) arrivano alla stazione di polizia. In particolare il pezzo al femminile della sua famiglia, la madre e la sorella maggiore. Pressione decisiva, visto che poche ore dopo il fermo, Sanaa viene rilasciata.

Sanaa Seif è abituata a queste cose, lo è sempre stata, sin da teenager, tra proteste, arresti e addirittura scioperi della fame. Buon sangue non mente, del resto. La famiglia Seif è l’esempio del dissidio ai giochi di potere in Egitto. Genitori e figli, tutti coinvolti in una lotta strenua contro i vari governi degli ultimi dieci anni. A partire dal capofamiglia, Ahmed Seif, morto nel 2014, pilastro dei diritti umani in Egitto, perseguitato dal regime di Hosni Mubarak, imprigionato e torturato in carcere, così come sua moglie, Laila Soueif, professoressa di matematica e fervente attivista. Infine il fratello Alaa, arrestato domenica scorsa mentre si trovava già agli arresti in regime di semi-libertà nella stazione di polizia di Dokki e sua sorella maggiore Mona, laureata in biologia con una tesi sul gene del cancro al seno e voce tra le più forti di piazza Tahrir nel 2011.

In questi giorni convulsi siamo riusciti ad entrare in contatto con lei. Innanzitutto l’ultimo episodio, la grande paura per il fermo a sua sorella Sanaa: “Per fortuna è stata rilasciata e si trova al sicuro in casa con noi – commenta sollevata Mona Seif – Voglio ringraziare tutti quelli che ci hanno aiutato affinché lei non restasse sola, un suo collega in particolare che si trovava con Sanaa al momento del fermo. La polizia ha cercato di intimidirla chiedendo le fosse consegnato il suo cellulare, lei ha tenuto duro, rifiutandosi di farlo. Adesso sta bene”.

Per una storia a lieto fine, un’altra di tenore totalmente opposto, vero e proprio incubo e dejà vu per la famiglia Seif. Quello di suo fratello maggiore Alaa Abdel Fattah, 38 anni, attivista politico, tra i primi blogger egiziani e tra gli organizzatori della protesta anti-Mubarak nel 2011. Alaa è stato arrestato nel 2014 dall’attuale governo per aver messo in piedi e fatto parte di un gruppo di protesta che secondo le accuse avrebbe messo a rischio la sicurezza dell’Egitto. L’anno successivo è arrivata la condanna e fino al marzo scorso Alaa Abdel Fattah è stato rinchiuso nella terribile prigione di Tora, alla periferia sud del Cairo, la stessa del fotoreporter Mahmoud Abou Zeid, alias Shawkan.

I due sono usciti entrambi da Tora, con la detenzione modificata in una cosiddetta ‘sorveglianza’: “In pratica mio fratello passa dodici ore a casa con noi e le altre dodici nella stazione di polizia del nostro quartiere – spiega Mona – Dal tramonto all’alba in cella, poi la libertà limitata. Domenica 29 settembre ci hanno comunicato il suo arresto mentre lui si trovava al commissariato. Io, mia madre e mia sorella siamo riuscite a parlare appena tre minuti con lui prima che lo portassero in procura per la conferma del nuovo addebito, i soliti 15 giorni sotto inchiesta e, infine, il ritorno nel carcere di Tora. Il mercoledì successivo, dopo giorni di silenzio gli abbiamo potuto lasciare dei soldi, almeno crediamo li abbia ricevuti, per andare avanti in carcere. Non conosciamo le sue condizioni e nulla sapremo fino al 9 ottobre, quando comparirà davanti al procuratore. Il regime ha tessuto un nuovo reato su misura per lui, adesso lo accusano di aver fondato e fatto parte di un gruppo terroristico, di aver diffuso false notizie e messo in pericolo la sicurezza nazionale del Paese”.

Il sospetto che Alaa Abdel Fattah sia stato di nuovo arrestato dopo l’ondata di proteste scoppiata il 20 settembre al Cairo e nel resto dell’Egitto è evidente: “Lui con quelle proteste non c’entra, della gente scesa in strada quel venerdì sera non ne sapeva nulla, era nella sua cella della stazione di polizia e l’ha appreso solo il sabato mattina, appena fuori – precisa sua sorella Mona – Alaa, inoltre, non ha l’opportunità di usare cellulare, tablet e altri apparati elettronici. Non abbiamo certezze sui motivi del suo arresto. Negli ultimi due mesi ha pubblicato un paio di articoli, in cui si evidenziava come la condizione carceraria e il concetto repressivo avessero cambiato le regole e influito sulle nuove generazioni. Erano più che altro esplorazioni introspettive. In un’ottica più ampia, il suo arresto si collega a quelli dell’avvocato Mainhour el-Masry e del suo personale Mohamed el-Bakri. Secondo me il regime sta mettendo a tacere le voci che già gli hanno dato problemi in passato o che potrebbero aiutare una nuova ondata di proteste. No, Alaa non ha mai avuto nulla a che veder con la Fratellanza Musulmana. In Egitto tutti sanno, regime compreso, che lui è sempre stato ostile a tutti gli esecutivi militari, da Mubarak ad al-Sisi passando per Morsi”.

E infine sulle proteste di strada: “Per ora, solo per ora, il governo ha ucciso queste proteste arrestando migliaia di persone. Il venerdì successivo il centro di Cairo era completamente sigillato, ci sono state azioni in tutti i governatorati, la polizia ha fermato migliaia di persone chiedendo documenti e di setacciare smartphone e profili social. Vogliono stanare gli oppositori del regime, vanno avanti con le intimidazioni in strada, ma non ce la faranno”.

Intanto, aggiornamenti alla mano, il numero delle persone arrestate dal governo di al-Sisi continua a lievitare. Secondo la Commissione Egiziana per i Diritti e le Libertà (Ecrf) sarebbero oltre 3.200 in 24 governatorati dell’Egitto e quasi 2.500 avrebbero già fatto la propria comparsa davanti ai procuratori dello Stato. Di molti non si sa più nulla da due settimane, almeno 113 ad esempio, letteralmente scomparsi nel nulla. Tra i nomi ‘eccellenti’ finiti in cella, i docenti della Cairo University Hazem Hosni, portavoce dell’ex candidato alle presidenziali del 2018 e arrestato pochi giorni prima, Sami Anan, e Hassan Nafaa, e il giornalista e politico Khaled Dawoud.

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