Chissà se la bomba che il 28 giugno in Yemen ha distrutto la famiglia al-Kindi faceva parte delle 6120 autorizzate dal presidente Obama nel 2015 o delle nuove forniture approvate da Trump contro il parere del Congresso nel maggio 2019.

Come hanno determinato le recentissime analisi di Amnesty International sui frammenti, era una bomba made in Usa, per l’esattezza modello GBU-12 Paveway II da 500 libbre prodotta dall’azienda Raytheon e questo basta e avanza per definire chi è al potere a Washington, così come a Londra e a Parigi, corresponsabile di crimini di guerra. Perché, ricordiamolo, le bombe le producono le fabbriche ma le autorizzazioni a esportarle le danno i governi. Pure quello italiano, fino a luglio, con l’azienda produttrice che ha di conseguenza minacciato tagli al personale.

L’attacco del 28 giugno ha avuto luogo nel villaggio di Warzan, situato nella zona di Khadir. I morti sono stati sei, tra cui una donna di 52 anni e tre bambini di 12, nove e sei anni. “Non c’erano autopsie da fare, i corpi erano privi di arti, i brandelli di carne di una persona mischiati con quelli dell’altra. Li abbiamo avvolti nelle lenzuola e sepolti immediatamente”, ha raccontato un loro familiare. “Stavo lavorando nei campi, a tre minuti di distanza a piedi. Ho visto l’aereo avvicinarsi e sganciare la bomba contro quella casa. Mi sono avvicinato, è arrivata la seconda bomba e per l’impatto sono finito a terra”, ha testimoniato un contadino.

Il presunto obiettivo militare più vicino al momento dell’attacco era un centro operativo del gruppo armato huthi a circa un chilometro di distanza che, tuttavia, dopo essere stato ripetutamente colpito dagli attacchi della coalizione nel 2016 e nel 2017 non era più funzionante. I testimoni hanno riferito ad Amnesty International che nei paraggi, in quel momento, non c’erano combattenti né altri obiettivi militari.

Il secondo attacco è avvenuto a circa un quarto d’ora di distanza dal primo, come se il pilota volesse accertarsi di aver distrutto l’abitazione degli al-Kindi. Un terzo attacco è seguito cinque giorni dopo, mentre i familiari superstiti stavano ispezionando la zona, fortunatamente senza causare vittime.

Dal marzo 2015 i ricercatori di Amnesty International hanno indagato su decine di attacchi aerei compiuti dalle forze saudite ed emiratine e hanno ripetutamente trovato e identificato resti di munizioni made in Usa.

Il Gruppo di alti esperti, istituito dal Consiglio Onu dei diritti umani nel 2017, nel suo ultimo rapporto ha denunciato una lunga serie di violazioni del diritto internazionale umanitario commesse da ogni parte coinvolta nel conflitto dello Yemen e ha puntato il dito sulle procedure adottate dalla coalizione per determinare gli obiettivi da colpire.

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