In Italia l’ascensore sociale è fermo: gli sforzi individuali, la dedizione, il talento sono sempre meno determinanti per il miglioramento delle condizioni di vita rispetto alla famiglia d’origine. Tanto che un terzo dei figli di genitori più poveri, è destinato a rimanere fermo al piano più basso dell’edificio sociale, mentre il 58% di quelli i cui genitori appartengono al 40% più ricco, mantengono una posizione apicale. Lo spiega il nuovo dossier di Oxfam – organizzazione che lotta contro le disuguaglianze – dal titolo “Non rubateci il futuro”: il quadro che emerge mostra come, le disuguaglianze di reddito dei genitori diventano oggi disuguaglianze di istruzione dei figli che si trasformano, a loro volta, in disuguaglianze di reddito, replicando quelle che già esistevano tra i rispettivi genitori. Spiegato da Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia: “Viviamo in un’epoca e in un paese in cui ricchi sono soprattutto i figli dei ricchi e poveri i figli dei poveri”.

Il dossier di Oxfam sottolinea come i figli delle persone collocate nel 10% più povero della popolazione italiana, sotto il profilo retributivo, ad oggi avrebbero bisogno di 5 generazioni per arrivare a percepire il reddito medio nazionale. Questo in un contesto in cui il lavoro non basta più a garantire un livello di vita dignitoso: nel 2018 circa il 13% degli occupati nelle fasce d’età tra i 16 e i 29 anni era working poor, faceva cioè parte di una famiglia con reddito inferiore al 60% del reddito mediano nazionale. Il fenomeno è riconducibile in buona parte agli inadeguati livelli retributivi che vedono i giovani penalizzati da quasi 40 anni rispetto agli occupati più anziani.

Un fenomeno, sottolinea Oxfam, che va di pari passo con la proliferazione di contratti di breve durata e il boom degli occupati in part-time involontario che ha visto un incremento di un milione e mezzo di unità nel decennio 2008-2018. Il trend dei contratti a termine è stato intervento proprio nell’anno in corso, dopo l’introduzione del decreto dignità. I dati Inps sui primi sei mesi del 2019 dicono che il saldo netto dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato segna un aumento di 321.805 contratti, registrando così un incremento del 150,7% rispetto allo stesso periodo del 2018. Il Rapporto annuale 2019 dell’Istat fotografa invece un ulteriore incremento dell’occupazione part-time: più di 2,7 milioni di italiani hanno contratti part-time anche se vorrebbero lavorare (e quindi guadagnare) di più. E 1,9 milioni sono donne.

Oxfam evidenzi poi come l’Italia detenga oggi il triste primato nel G7 per il maggior numero di laureati occupati in mansioni di routine: solo l’anno scorso 1,8 milioni di persone in possesso del titolo di laurea erano impiegati in professioni che richiedono un titolo di studio inferiore. L’assenza di posizioni lavorative qualificate e di prospettive di progressione di carriera condiziona fortemente la scelta di tanti italiani, oltre mezzo milione negli ultimi 4 anni, di trasferirsi all’estero: tra questi i giovani laureati costituiscono oggi la componente più rappresentativa, spiega ancora Oxfam.

“Ragazzi e ragazze che in molti casi hanno pochissime, se non nessuna possibilità di migliorare la propria condizione rispetto alla generazione precedente. Tutto questo non è altro che l’emblema di una società immobile che offre alle nuove generazioni una limitatissima sfera di opportunità. Lo specchio di una disuguaglianza economica e sociale, che anziché attenuarsi di generazione in generazione, nella migliore delle ipotesi, non si riduce mai”, accusa Bacciotti.

Per questo è stata lanciata la campagna People Have the Power (qui il link): un gruppo di giovani provenienti da 12 città italiane si è fatto portavoce di un appello rivolto alle istituzioni per chiedere un cambiamento nelle politiche su istruzione pubblica, lavoro e accesso alla cultura. L’istruzione è il punto su cui più si concentra il dossier di Oxfam, spiegando come oggi il sistema dell’istruzione italiano offra minori garanzie di emancipazione sociale: il figlio di un dirigente ha oggi un reddito netto annuo superiore del 17% rispetto a quello percepito dal figlio di un impiegato, anche se i due hanno concluso un ciclo di studi di uguale durata. “L’azione di contrasto al fallimento formativo e alla povertà educativa, fortemente associata nel nostro Paese alla povertà economica, alla marginalità e vulnerabilità sociale, deve essere potenziata in via prioritaria – aggiunge Bacciotti – Solo in questo modo si riuscirà a garantire, ai giovani che ne sono oggi privati, la possibilità di costruire in modo consapevole e responsabile il proprio progetto di vita, raggiungere un adeguato livello di benessere individuale e, più in generale, a rafforzare la partecipazione critica delle nuove generazioni alla vita democratica del Paese”.

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