Sei euro e 50 centesimi: a tanto ammontano le tasse sui biglietti aerei pagate dai passeggeri che prendono un volo in partenza dagli aeroporti italiani. Un importo cresciuto di oltre tre volte in poco più di dieci anni, da quando nel 2008 il decreto Alitalia del governo Berlusconi lo aveva fissato a 2 euro.

La gran parte dei soldi incassati grazie all’Addizionale comunale sui diritti di imbarco (questo il nome ufficiale del balzello), 5 euro per biglietto, alimenta il “Fondo speciale per il sostegno del reddito e dell’occupazione e della riconversione e riqualificazione del personale del settore del trasporto aereo”, nato per tenere in vita Alitalia e poi esteso ad altre compagnie aeree per legittimarlo socialmente. Il restante euro e 50 doveva originariamente andare alle casse dei comuni con uno scalo aeroportuale nel proprio territorio. Peccato però che sia restato congelato nelle casse del ministero dei Trasporti, suscitando le proteste degli enti locali. Da quest’anno, infine, il governo ha deciso di destinare l’eventuale rimanente dei 5 euro al pagamento degli assegni sociali.

Nel solo 2014, secondo i dati di Assaeroporti, la tassa ha generato incassi per quasi 500 milioni di euro, 375 dei quali finiti al fondo Alitalia. Quella garantita negli ultimi dieci anni agli (incolpevoli) addetti della compagnia è quindi una disoccupazione di extra lusso, che garantisce fino all’80% dello stipendio: per i piloti, ciò significa anche 10mila euro netti al mese. I lavoratori delle altre categorie, nel frattempo, se la devono “sfangare” con un assegno di disoccupazione da 1.100 euro, che dura al massimo due anni invece dei sette del trasporto aereo.

Una iniquità ingiustificabile, che però anche i sindacati confederali continuano non solo a tollerare ma a pretendere dai vari governi. Vanno aggiunti gli accordi solidarietà che spostano i costi dei riposi sulle spalle del fondo, la defiscalizzazione delle indennità di volo e la mobilità. La crisi di Alitalia continua, ma continuano anche gli aiuti pubblici e gli ammortizzatori sociali di extra lusso.

A questa tassa, poi, vanno aggiunti i diritti aeroportuali (bagagli, security, imbarco e sbarco, eventuali supplementi per il carburante o altro). Così, può benissimo capitare che su una tratta di media distanza il costo del biglietto sia inferiore a quello delle tasse (20-30 euro, dipende dell’aeroporto di partenza). L’ingiusto balzello che favorisce gli ex dipendenti di Alitalia non risolve la crisi dell’aviolinea e lascia in mano alla politica una enorme spesa pubblica con caratteristiche clientelari. E’ quindi difficile che ci siano margini per aggiungere una nuova tassa sul trasporto aereo da destinare all’edilizia scolastica, come proposto dal ministro Lorenzo Fioramonti.

Senza dimenticare che, visto che il settore aereo è altamente inquinante, un’eventuale nuova tassa in sostituzione dell’attuale sui biglietti sarebbe meglio destinarla a finanziare la mobilità sostenibile, come dall’anno prossimo inizieranno a fare Francia e Germania.

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