Gentile ministro Fioramonti,

chi le scrive è un vecchio poeta e insegnante delle superiori, per dirle di un appuntamento sempre mancato: quello tra scuola e poesia.

Ascoltare le sue dichiarazioni degli ultimi giorni è stato per me come percepire un soffio d’aria fresca e nuova in un’aula chiusa da tempo. Ammuffita. Poter leggere di un ministro della Repubblica che appoggia lo sciopero studentesco del prossimo 27 sui problemi climatici, che esprime dubbi sull’efficacia del bonus docenti, che è giustamente prudente su buste e Invalsi obbligatorio per la maturità, che vuole una scuola che sia anche “divertente”, che riesce a vedere lontano, sino al modello finlandese, che ha il coraggio di proporre tasse su ciò che inquina per reperire fondi utili alla formazione di una cittadinanza futura responsabile, critica e attiva, mi ha fatto pensare per un momento di vivere in un’altra Italia.

So, purtroppo, che non è così e che sarà difficile imporre un vero cambiamento, per lei e per noi – insegnanti e studenti – che nella scuola ci viviamo tutti i giorni. Ma i poeti, si sa, son facili alle illusioni e così eccomi qua a scriverle per parlarle di Poetry slam e di quanto sarebbe utile, direi indispensabile, quest’incontro sempre rimandato tra la scuola e la poesia viva.

Lei mi dirà: ma cos’è questo Poetry slam? Il Poetry slam, gentile ministro, è semplicemente una gara di poesia dal vivo – inventata dal poeta americano Marc Kelly Smith, nel 1986, a Chicago – durante la quale diversi poeti competono tra loro, performando i propri testi sul palco e affidandosi al giudizio di una giuria scelta a caso tra il pubblico, sotto la direzione di un EmCee, di un maestro di cerimonie, che è il vero demiurgo tra i poeti e il pubblico.

Detta così magari può sembrare un’idea un po’ stravagante. Eppure funziona alla grande grazie alla sua capacità di coinvolgere il pubblico e renderlo motivato e “responsabile”, di spazzare via l’aria ingessata e seriosa di tante occasioni poetiche, come son certo che funzionerebbe alla grande tassare le merendine, i voli, e via così per reperire una parte di quei fondi che sono indispensabili a salvare la scuola pubblica italiana.

Da quando ho introdotto il Poetry slam in Italia nel 2001 e sino ad oggi, il fenomeno è cresciuto immensamente. Sono centinaia gli Slam che si tengono in Italia ogni anno, migliaia e migliaia di persone si sono riavvicinate alla poesia grazie a questo format semplice e divertente (sì, come può immaginare il fatto che sia anche divertente ha concentrato sul Poetry Slam gli strali di parte dell’Accademia italiana, che ha gridato al sacrilegio), centinaia di giovani poeti – bravissimi, bravi, mediocri e pessimi, com’è giusto che sia – hanno avuto l’occasione di mettere alla prova le loro composizioni davanti a un pubblico, che a volte è stato di poche decine di persone, altre invece di migliaia. Quanti sono i libri di poesia che vendono migliaia di copie in Italia?

Il fenomeno non è solo italiano, ma internazionale: dall’America al Giappone, in ogni angolo d’Europa e fino all’Africa (anche al “suo” Sudafrica) il Poetry Slam dilaga, i poeti grazie ad esso hanno di nuovo un loro pubblico e da quando in Italia io fui così matto da immaginare e realizzare un Poetry slam internazionale, in tante lingue diverse, sono ormai usuali gli incontri transnazionali.

C’è un Campionato Europeo, una Coppa del Mondo e l’Italia – grazie alla nascita, anni fa, della Lega Italiana Poetry Slam, che è un’associazione culturale senza fini di lucro – ne ha uno nazionale, del quale fanno parte più di 200 eventi annuali e la cui fase finale si è recentemente conclusa a Ragusa durante il FestiWall della città siciliana.

Da tempo, sia io che gli amici della Lips stiamo inutilmente tentando di metterci in contatto – come si dice, per “via gerarchica” – con il suo ministero per chiedere aiuto nell’organizzazione di un campionato studentesco nazionale di Poetry slam, come avviene già da tempo in tante altre nazioni. Siamo certi che un’iniziativa del genere sarebbe preziosa: aiuterebbe gli studenti italiani a cambiare la loro idea sulla poesia come qualcosa di polveroso e noioso.

Sarebbe inoltre una sponda efficacissima per gli insegnanti che combattono contro la dispersione scolastica poiché, grazie alla vicinanza delle sue forme, dei suoi temi, dei suoi “gerghi” con il mondo del rap e dell’hip-hop, permetterebbe a molti disagi di avere la possibilità di esprimersi in modo virtuoso e di essere accolti. Offrirebbe a molti studenti italiani, che la poesia allo stato devono limitarsi a studiarla, di poterla fare in prima persona e di comprendere come essa sia uno strumento potentissimo di analisi del mondo e di espressione dei propri sogni, sentimenti, rabbie, delusioni, ben più efficace della violenza o del bullismo.

Sarebbe per loro l’occasione di comprendere, una volta per tutte, che la parola competizione non significa tentare con ogni mezzo di prevalere sull’altro nel proprio esclusivo interesse, ma – dal latino cum-petere – proprio l’opposto: tendere tutti al medesimo scopo, che nel caso dello Slam poi è la poesia, la comunità, mai il singolo poeta, meno che mai quello che risulterà vincitore. E sarebbe l’occasione, una volta tornati in classe, per leggere con occhi e orecchie diversi i sonetti del Petrarca o le poesie di Montale.

Affiancare alle gare momenti laboratoriali di incontro con i poeti italiani, quelli vivi, che respirano ancora, tanto con quelli che praticano Poetry slam quanto con quelli che preferiscono limitarsi a scrivere libri, sarebbe un’occasione unica per far incontrare finalmente la scuola e la poesia. E credo sia indiscutibile che entrambe, scuola e poesia, abbiano assoluto bisogno l’una dell’altra. Non si possono sognare sogni nuovi con parole vecchie, gentile ministro, e la scuola è precisamente il luogo dove ogni sogno di rinnovamento dovrebbe nascere, mentre la poesia, come diceva Elio Pagliarani, sta lì apposta per tenere “in allenamento il linguaggio”.

Già oggi in decine di scuole italiane il Poetry slam è entrato: nella stesura del progetto che avevamo ideato avevamo individuato decine di istituti, sparsi in tutt’Italia, che sarebbero stati entusiasti di partecipare all’iniziativa, avevamo costruito una rete, pronta a mettersi all’opera, a creare sinergia. Ma nessuno ci ha mai risposto, nemmeno per dirci che una cosa così era infattibile e poco seria: come immaginare una scuola che oltre che democratica, efficace, critica, fosse anche divertente.

Rompa questo silenzio, signor ministro: ci convochi, accetti di incontrarci e ci permetta di spiegarle cosa vorremmo realizzare, come sia possibile, con un impiego di fondi risibile, insegnare ai nostri ragazzi che nel mondo, oltre all’economia e al danaro, sarà loro utile anche la sensibilità, la profondità, il coraggio di sognare che la poesia potrà dare loro.

Anche per essere un bravo economista, o un ottimo imprenditore, o un bravo artigiano, può essere utilissimo aver letto Ezra Pound, o Dante Alighieri. O aver scritto qualche poesiola. Ci dia questa possibilità, abbatta il muro di gomma della burocrazia e ci chiami a Viale Trastevere a parlarle di sogni e poesia, perché è sui sogni condivisi che si fonda ogni vera cittadinanza.

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