“Ho cominciato a fare politica pulendo i gabinetti di un giudice”, inizia Andreia de Jesus, giovane donna nera di 30 anni e deputata regionale dello stato di Minas Gerais, nata nella periferia della città di Belo Horizonte. “Il giorno in cui ho saputo che ero stata eletta non avevo nemmeno i soldi dell’autobus per tornare a casa”. Accanto a lei Taliria Petrone, 34 anni, deputata federale, e Monica Francisco, deputata regionale dello stato di Rio de Janeiro, ex-direttrice di gabinetto della consigliera municipale Marielle Franco, assassinata il 14 marzo 2018.

“Scusate per le lacrime, non è emozione ma l’accumulo di generazioni di oppressione. Sono quelle di mia madre, di mia nonna e della mia bisnonna, tutte discendenti di schiavi”, continua Andreia. E così inizia questa conferenza emblematica che riunisce tre donne nere, elette l’anno scorso rappresentanti del popolo brasiliano, riunitesi durante l’incontro “Occupa la politica”, che ha avuto luogo a Recife un mese fa e che si propone di costruire una nuova politica mettendo in primo piano quelli che vedono quotidianamente i loro diritti violati. In Brasile il 44,2% della popolazione si autodichiara bianca (dati officiali di 2016), ma è rappresentata dal 75% dei deputati in Parlamento.

“Ho ricevuto la mia prima arma prima del mio primo libro”, racconta Renato, candidato sconfitto per poco alle municipali di São Paulo nel 2016. In un altro spazio sulla politica nella periferia, Renato racconta la sua storia di vita: il primo membro della sua famiglia a conquistare un diploma universitario. Quando è entrato alla facoltà di Legge, ha capito la quantità di informazioni fondamentali a cui la maggior parte dei giovani brasiliani di periferia non avrebbe mai avuto accesso.

Ricorda la difficoltà di confrontarsi con gli altri studenti bianchi e più ricchi della facoltà. Mentre loro avevano il tempo libero per studiare, lui dedicava le sue serate a lavorare al supermercato o da portiere. “I bianchi dicono che i giovani che entrano nel traffico di droga scelgono la vita facile. Direi che sono loro che hanno la vita facile, visto che non hanno mai dovuto preoccuparsi per sopravvivere. Noi, se non moriamo per una pallottola, moriamo a fuoco lento per mancanza di futuro”, si sfoga Renato.

In Brasile, il numero di giovani neri che studiano all’università è passato dal 5,5% nel 2005 al 12,8% nel 2015, con le politiche sociali di quote stabilite dai governi progressisti di Lula e Dilma Rousseff. Dall’altro lato, il 75% delle vittime di omicidio nel 2017 erano nere. Così vengono ammazzati ogni giorno 21 giovani neri sotto i 19 anni.

Mettere il piede nella porta

Il movimento “Occupa la politica” è nato due anni fa, quando alle elezioni municipali del 2016 i candidati originali sono stati eletti in diversi capoluoghi sulla base di un discorso orizzontale, di un impegno collettivo e cittadino. Oggi questa rete è formata da 16 parlamentari, soprattutto giovani donne, ai tre livelli istituzionali del Paese.

Il suo principale obiettivo è stimolare una dinamica per eleggere sempre più persone che soffrono direttamente della violenza dello Stato, che continua strutturalmente elitista, razzista e patriarcale. “Nessuno parlerà in nostro nome”, “Mettere il piede nella porta”, “Esperienze strategiche per occupare gli spazi di potere” erano solo alcuni temi delle diverse attività proposte durante questi tre giorni.

“Quando una sola donna nera si muove, è tutto il congiunto di un sistema che si trasforma, perché cambiano i simboli, i possibili. Passiamo direttamente dalla micropolitica alla macropolitica”, spiega Ana Carolina, rappresentante della fondazione latinoamericana “Cittadinanza intelligente“, che segue e accompagna questo movimento.

Ma eleggere donne, neri, indigeni o persone trans per la loro semplice identità sarebbe troppo semplicistico. Il movimento cerca giustamente di costruire un savoir-faire politico proprio, lontano dalle ideologie partigiane, partendo dalle preoccupazioni quotidiane delle persone, con principi di redistribuizione, collettività e trasparenza. Si tratta anche di ricostruire una visione politica popolare nella realtà dei propri cittadini. Oggi sono pochi i quartieri periferici che mantengono una organizzazione e una cultura comunitaria forti.

Senza questa identificazione di classe, le concezioni meritocratiche imposte dall’elite condizionano i più poveri a competere tra loro, per cercare di integrarsi nella classe superiore e rinnegando le proprie origini popolare. La costruzione di un “nemico interno” è un meccanismo classico del capitalismo, che viene altrettanto esacerbato nel’attuale congiuntura di crisi economica e disoccupazione con in più i quotidiani incentivi all’odio vociferati dal presidente Jair Bolsonaro.

Ballare è politica

Una donna racconta che tutto per lei tutto è cominciato quando nella sua favela un gruppo di donne si è organizzato per badare ai figli di tutte a turno, e permettersi così di godersi la domenica pomeriggio per andare a ballare senza bambini attorno. “La politica deve inscriversi nel quotidiano della gente: comincia con il prezzo del pane, del biglietto dell’autobus. Dobbiamo ripartire delle nostre particolarità e dai nostri bisogni comuni”, spiega Taliria Petrone.

Ivan Moraes è membro della giunta municipale di Recife e uno dei pochi uomini bianchi a fare parte di questa rete. “Io mi considero come un veicolo. Ricevo le istanze di lotta e do loro più rilevanza. Vedo il mio mandato come un cavallo di Troia per rompere il tetto di vetro [del sistema governato da privilegiati]”.

“E’ chiaro che una politica fatta da qui non ha la minima idea di cosa significhi soffrire le difficoltà che viviamo: non potrà mai funzionare. Noi non abbiamo mai smesso di fare politica, da quando siamo nati facciamo una politica dello scambio e della solidarietà, perché non abbiamo altra scelta. Ma non ci è mai stata data la possibilità di applicare questo modello al Paese” aggiunge Taliria Petrone. Al che la sua collega Monica Francisco risponde: “ma stiamo già cambiando le cose”.

Crediti foto: Ocupa Politica

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