Uno degli scopritori del Dna in un discorso pubblico disse: “Se un giorno l’umanità si svegliasse e scoprisse che siamo tutti uguali, all’ora di pranzo avremmo già trovato tre buoni motivi per farci la guerra”. Erano gli anni Cinquanta, era appena finita la tragedia razzista in Germania, ma il problema razziale negli Stati Uniti era ancora purtroppo assai vivo. L’amara considerazione ci deve fare riflettere sulla tendenza a riconoscersi sempre e solo in determinati gruppi, i cui confini sono spesso inventati sulla base di ciò che ci piacerebbe essere.

Una tendenza umana? Forse, che però diventa, non dico disumana visto il contesto, ma tragicomica e farsesca quando si sentono alcuni esponenti del Pd lamentarsi del fatto che non c’è nemmeno un toscano nella lista dei ministri e viceministri del nuovo governo. Proprio il partito che dovrebbe (e il condizionale qui è d’obbligo) rappresentare la sinistra antisalviniana, cade nella più squallida retorica delle radici.

In passato nei grandi partiti c’erano le correnti, che rappresentavano correnti di pensiero diverse, oggi siamo al regionalismo, dalla dialettica siamo passati al dialetto, dalla storia alla geografia. Il manuale Cencelli va rivisto: basta con le spartizioni su base ideologica, basta una cartina geografica. Il ché facilita pure le cose. Se poi si vuole essere precisi, si può anche stabilire che per essere, che ne so, ligure, bisogna avere alle spalle almeno tre generazioni di liguri (nella Spagna del XVI secolo si chiamava limpieza de sangre). Certo ci sono alcune regioni che creano problemi, come l’Emilia-Romagna o il Friuli-Venezia Giulia: hanno diritto a due posti? Non parliamo del Trentino-Alto Adige.

Ci si vorrebbe opporre a Salvini, usando la stessa retorica del “noi”, intesa come espressione tribale, dettata dal quel blut und boden (terra e sangue), che determinerebbe i nostri diritti. Peraltro neppure in chiave nazionale – che già sarebbe grave, ma almeno avrebbe una qualche labile legittimazione storica – ma su base regionale. Come se le regioni non fossero delle pure e semplici definizioni amministrative, ma producessero specificità culturali esclusive (ci sarebbe da chiedersi allora come mai i veneti di Cortina vogliano andare con l’Alto Adige). Se questo era insopportabile nei discorsi leghisti, diventa avvilente se fatto all’interno di un partito che si definisce “liberale”.

Scherzi a parte, sembra che non ci sia più pudore nemmeno nel tentare di nascondere gli istinti più bassi della spartizione di potere. Non ci si sforza neppure più di ammantarla di quel tanto di pensiero politico che basti a farci dire: “Vabbé, speriamo”. Se l’ultima frontiera del pensiero è rimasta il confine regionale, significa che la regione ha preso il posto della ragione.

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