di Carlo Fusco

La vita è un dono senza destinatario. Tuttavia la specie umana si erge da sempre a sua padrona indiscussa, in quanto unica dotata di coscienza, consacrata perciò al suo controllo. Un espediente che legittima l’uomo a farne ciò che vuole e assolve dalla colpa, in nome dell’immediato profitto.

Nel 2015 la superficie del nostro pianeta era ricoperta da 3999 milioni di ettari di foresta. Nel 1990 erano 4128 milioni. Nell’arco di 25 anni perciò, l’attività antropica di deforestazione ha portato alla perdita 129 milioni di ettari. Dove prima cresceva la rigogliosa vertigine amazzonica, dove gli alberi si ergevano con millenaria superbia e la vita proliferava indisturbata, adesso si estendono chilometri di terra e cenere. Un problema che, nonostante sia in lento calo, rimane uno dei principali interessi della causa ambientale, avendo un impatto enorme sulla vita locale e sull’intero clima terrestre.

Dietro l’incubo dilapidatorio del patrimonio forestale ci sono migliaia di vite devastate, storie di un lento, terribile e silenzioso genocidio. È il caso delle tribù incontattate del Sud America, indigeni che a causa del disboscamento illegale vedono negato il diritto alle loro terre ancestrali e all’autodeterminazione, intere famiglie costrette a vivere in fuga dalle violenze da parte di esterni. L’equilibrio precario di queste esistenze è messo alla prova dalle continue incursioni sterminatrici dei taglialegna e dalle malattie portate dagli stessi invasori, contro le quali non hanno difese immunitarie.

Nell’Amazzonia brasiliana vivono i Kawahiva. Cacciano animali selvatici, pescano e raccolgono i frutti della foresta, preservandone l’ecosistema e vivendo in perfetta simbiosi con esso. Originariamente erano un gruppo sedentario, ma sono stati costretti a diventare nomadi negli ultimi trent’anni, così adesso sostano alcuni giorni in accampamenti temporanei, per poi spostarsi nuovamente e sfuggire agli intrusi.

Secondo Survival International, il movimento mondiale per i popoli indigeni, i Kawahiva rischiano di sparire per sempre. Se le loro terre non verranno totalmente riconosciute e protette dalle autorità brasiliane, l’estinzione sarà certa. Storie analoghe sono quelle dei Sapanawa, massacrati in così tanti che la comunità non riuscì a seppellire tutti i corpi prima che venissero divorati dagli avvoltoi. Gli Akuntsu, che in seguito a un contatto forzato vennero drasticamente ridotti a quattro membri.

Ma dietro la furia omicida non può nascondersi solo il legno, che da solo frutta alle organizzazioni criminali di tutto il mondo tra i 30 e i 100 miliardi di dollari l’anno (dati 2016), secondo solo al narcotraffico. Nella scacchiera del dissipamento forestale coesistono molteplici regine. Una volta derubate del legno, le terre vengono infatti destinate all’agricoltura e all’allevamento di bestiame, alla costruzione di ferrovie, dighe e miniere. Se poi ci rivolgiamo al commercio legale, l’introito globale stimato è di 941 miliardi di dollari.

Inoltre, il 70% delle imprese nasconde il proprio impatto sulla deforestazione, omertà che non solo amplifica il cambiamento climatico, ma mette anche a rischio il business a livello aziendale. Nonostante la crescente apertura di investitori, acquirenti e consumatori a una visione sostenibile del commercio e il sopraccitato calo del tasso di deforestazione, questa continua a rimanere un ostacolo insormontabile per la lotta al riscaldamento globale.

Il 25% dei gas serra rilasciati annualmente nell’atmosfera provengono infatti dalle attività di disboscamento, considerate quindi una delle principali cause della crisi climatica, inferiore solo alla produzione energetica. Le foreste, oltre ad assorbire CO2, sono la principale riserva di carbonio del pianeta, contenuto negli alberi, che una volta abbattuti e bruciati lo rilasciano nell’atmosfera. Se poi a tutto questo sommiamo i roghi arsi in Amazzonia durante l’anno, compreso il ciclopico incendio scoppiato le scorse settimane che ha portato via 20mila ettari di foresta, il quadro finale è desolante.

Perdere le foreste significa perdere non solo biodiversità e multietnicità, bensì perdere per sempre la possibilità di uscire dal bollente pozzo di morte che il nostro pianeta sta per diventare. Ondate di calore, incendi, alluvioni, aria irrespirabile, carenza idrica. Crollo economico e sociale. Perdere la battaglia per le foreste significa perdere la guerra al cambiamento climatico. E una volta perso, non si torna più indietro.

close

Prima di continuare

Se sei qui è evidente che apprezzi il nostro giornalismo. Come sai un numero sempre più grande di persone legge Ilfattoquotidiano.it senza dover pagare nulla. L’abbiamo deciso perché siamo convinti che tutti i cittadini debbano poter ricevere un’informazione libera ed indipendente.

Purtroppo il tipo di giornalismo che cerchiamo di offrirti richiede tempo e molto denaro. I ricavi della pubblicità ci aiutano a pagare tutti i collaboratori necessari per garantire sempre lo standard di informazione che amiamo, ma non sono sufficienti per coprire i costi de ilfattoquotidiano.it.

Se ci leggi e ti piace quello che leggi puoi aiutarci a continuare il nostro lavoro per il prezzo di un cappuccino alla settimana.

Grazie,
Peter Gomez

Articolo Precedente

Fukushima, “per gestore Tepco unica opzione è smaltire acqua radioattiva nell’Oceano”

prev
Articolo Successivo

Governo Conte 2, il mix giallorosso non produrrà niente di verde. Purtroppo

next