Gli incendi in corso in Amazzonia stanno creando molta preoccupazione ovunque. Alcuni hanno detto addirittura che si rischia di consumare una frazione importante dell’ossigeno dell’atmosfera e questo – evidentemente – sarebbe un disastro senza precedenti. Ma cosa sta succedendo, esattamente?

Diciamo subito che la preoccupazione per l’ossigeno è fuori luogo, almeno su tempi brevi. Ne perdiamo molto di più bruciando combustibili fossili ma, fino ad oggi, si parla di una riduzione di meno dell’uno per mille e non rischiamo certamente di finire soffocati, per ora. Anche se per ipotesi bruciasse tutta la biosfera, ovviamente moriremmo tutti ma non perderemmo più di circa lo 0,5% dell’ossigeno dell’atmosfera.

Ma il problema c’è ed è molto serio: la foresta amazzonica sta effettivamente bruciando a un livello preoccupante. Si rischia veramente di vederla andare in fumo? Non lo possiamo dire con certezza, ma c’è il rischio di fare danni enormi. Una foresta pluviale è un’immensa macchina che usa la luce del sole per trasformare biossido di carbonio e acqua in materia vivente. Le prime due cose, sole e CO2, sono disponibili ovunque allo stesso modo, ma l’acqua deve arrivare in forma di pioggia. Questo vuol dire che l’aria umida che viene dal mare deve spostarsi per creare pioggia fino a migliaia di chilometri all’interno di un continente. Secondo i ricercatori russi Victor Gorshkov e Anastassia Makarieva, la foresta ha sviluppato un meccanismo che si chiama “pompa biotica” che rende questo trasporto d’acqua possibile.

La questione della pompa biotica è controversa ma, in ogni caso, deve esistere qualche meccanismo che porta l’acqua all’interno del continente. E se l’intera foresta è un unico meccanismo, non è affatto detto che continui a funzionare se si comincia a toglierne via dei pezzi. Sembra sia proprio quello che sta succedendo non solo nell’Amazzonia, ma anche in Siberia e in altre foreste. La pressione verso il disboscamento riduce le precipitazioni e rende il sistema più fragile e sensibile agli incendi.

Cosa succede se perdiamo la foresta amazzonica? Il danno più ovvio è che avremo immesso una grande quantità di CO2 nell’atmosfera proprio quando abbiamo disperatamente bisogno di fare il contrario per evitare il disastro climatico. Ma non è soltanto una questione di CO2: eliminare la foresta ha l’effetto di aumentare la temperatura anche localmente per vari effetti biofisici. E non è che dal disboscamento si ottenga buon terreno agricolo: il suolo della foresta pluviale è sottile e si erode facilmente.

In questo momento, tutti ce l’hanno a morte con il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, accusato di essere un barbaro distruttore del Brasile. Ma se andate a vedere cosa si dice sui giornali in Brasile (non è difficile per gli italiani decifrare il portoghese), vedete che i brasiliani non hanno preso bene il suggerimento di Emmanuel Macron che l’Amazzonia è un “bene comune” di tutto il mondo. Bolsonaro ha detto chiaramente che l’Amazzonia è nostra e ce la gestiamo come ci pare. Il sovranismo non va di moda solo da noi: immaginatevi di leggere sui giornali che “Da oggi le foreste italiane sono gestite dalle Nazioni Unite, nessuno può tagliare un albero senza il loro permesso”. Ci pensate?

Allo stesso tempo, molti brasiliani criticano l’”arroganza” dei paesi europei che sono fra i massimi responsabili della deforestazione in tutto il mondo con le importazioni di biomassa come combustibile. E non gli possiamo dare tutti i torti: prima di andare a dire ad altri cosa fare, dovremmo mettere a posto le cose di casa nostra.

Insomma, finché ognuno fa come gli pare sarà difficile fare qualcosa di serio per evitare il disastro climatico. Però consoliamoci perlomeno di una cosa: la tendenza alla desertificazione planetaria che durava da decenni sembra essersi invertita. La Nasa ha scoperto recentemente che la Terra sta diventando un po’ più verde, in gran parte perché Cina e India stanno riforestando. Vedete? Qualcosa di buono si può ancora fare!

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