di Davide Trotta

In un Paese funestato da una crisi di governo estiva e dai consueti problemi economici, il vulnus più grande forse continua a rimanere quello della giustizia, in particolare quello della giustizia sociale che finisce per rendere sempre più insanabile la frattura tra cittadini e politici che, stando alle parole pronunciate in Senato da Salvini, sono “dipendenti pubblici al servizio dei cittadini” e questi ultimi i loro “datori di lavoro”. Datori evirati, potremmo dire, in quanto la facoltà di licenziare i nostri “dipendenti” in questo caso non è prevista: possiamo a stento assumere, senza in molti casi sapere pressoché nulla sui curricula dei nostri umili cercatori di lavoro.

Il curriculum appunto: qui sta il problema, se è vero che, per insegnare a far di conto e fornire i primi rudimenti della scrittura, un diploma non è più sufficiente e tra poco forse neppure lo sarà una laurea. Provvedimento magistrale che testimonia la solerzia di un establishment minuziosamente attento alla formazione e che ci induce a pensare applicato anche a se stesso il medesimo, se non maggiore, rigore. E invece è noto che da Salvini a Di Maio, da Meloni a Lorenzin a Fedeli, per tacere di pontefici illustri come D’Alema, la schiera degli “zero tituli” è abbastanza lunga.

Sgombriamo il campo da bigottismi titolocratici: la politica richiede senso pratico e capacità di risoluzione dei problemi ma, se per gestire una classe di 25 persone, è necessaria una laurea, accompagnata da concorsi vivisettori, resta difficile comprendere come mai i nostri indefessi “dipendenti pubblici” della politica, che gestiscono qualche milione di persone in più, possano rimanere sprovvisti di titoli, posto che l’esperienza e l’acutezza di ingegno possono da sé affrontare e risolvere problemi, senza l’accompagnamento di un titolo.

Ma vuoi vedere che, se l’Italia versa in acque putrescenti, è anche per una questione di competenze spesso carenti e farraginose in chi occupa una poltrona? D’altra parte Benedetto Croce sosteneva che la vera morale, la vera onestà in politica risiedesse appunto nella sola capacità e competenza. Dunque la disparità di trattamento tra “datori di lavoro” (i cittadini) e “dipendenti pubblici” (i politici), per usare la definizione un poco ardita data da Salvini, appare evidente. E se per un dipendente pubblico (di quelli veri) che sgarra nello snocciolare i titoli al momento della fatidica domanda, è previsto un licenziamento legittimo, per altri dipendenti pubblici (di quelli fasulli questa volta) che millantano una laurea come la ministra Fedeli, è prevista una pacca sulla spalla con mite invito a non rifarlo più.

La piaga della giustizia non è una questione di ordine morale, ma si iscrive all’interno di un processo volto a ordinare, a sistemare, a creare un equilibrio all’interno di una società altrimenti compromessa e inevitabilmente sbilanciata in una direzione a scapito di un’altra che per ottusità, invidia, se non rabbia, può cercare di compensare lo sbilanciamento commettendo le medesime ingiustizie di cui è vittima o spettatrice. Per esempio, come spiegare alla docente piemontese giustamente sospesa dall’insegnamento, per aver insultato il carabiniere recentemente ammazzato, che le sue parole sono disumane e anche ingiuriose verso le forze dell’ordine baluardo di noi cittadini, quando Salvini mesi fa in un comizio a Torino si espresse sui magistrati in questi termini “Qualcuno usa gli stronzi che mal amministrano la giustizia. Difenderò qualunque leghista che venga indagato da quella schifezza che è la magistratura italiana che è un cancro da estirpare”.

Eppure Salvini non è stato sospeso dal suo incarico: difficile da spiegare, a meno di non ammettere che su molte cose in Italia siamo ancora “zero tituli”.

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