Il giorno della verità per il governo gialloverde è arrivato. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, “l’avvocato del popolo” scelto per non scontentare nessuno e finito a essere il leader capace di mettere d’accordo Lega e 5 stelle, si presenterà oggi in Senato alle 15 per le sue comunicazioni. Parlerà di fronte a quella platea di senatori che solo qualche settimana fa aveva votato la fiducia al suo governo e racconterà la verità. La sua verità. Di fianco a lui, seduti ai banchi del governo, ci saranno i reduci M5s: i ministri grillini traditi dall’ex alleato Matteo Salvini che, in piena estate e senza preavviso, li ha abbandonati chiedendo il ritorno alle urne. Di fronte la Lega, seduta compatta nei banchi dei parlamentari a fianco del suo leader, pronta a gridare all’inciucio se il premier dovesse trovare altri numeri in Parlamento. Al loro posto nell’emiciclo poi, ecco gli altri, quelli desiderosi di entrare in partita: il resuscitato ex segretario Pd Matteo Renzi, che scalpita per intestarsi la soluzione della crisi. E i forzisti al servizio dell’assente più ingombrante di sempre: Silvio Berlusconi. La crisi di governo, iniziata quasi per scherzo in una piazza di Sabaudia durante un comizio di Salvini solo l’8 agosto scorso, avrà oggi il suo compimento là dove Conte fin dall’inizio ha chiesto che fosse portata e là dove è previsto che sia affrontata: il Parlamento. Quello del premier sarà il discorso di una fine, ma anche di un inizio e proprio le parole che utilizzerà saranno i primi segnali per capire che cosa ne sarà di quella storia d’amore. Al termine, le strade sono tutte (o quasi) aperte. “Il M5s valuterà, dopo aver ascoltato domani in Senato le parole del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, se presentare o meno una risoluzione“, ha detto Luigi Di Maio incontrato i parlamentari del M5s nell’assemblea congiunta. Quindi: o si chiederà un voto all’Aula o sarà Conte stesso a salire al Quirinale per annunciare il passo indietro. Quindi la partita passerà nelle mani di Sergio Mattarella che potrebbe decidere di far partire le consultazioni già domani e che, questa volta, dovranno essere più veloci ed efficaci possibile.

Cosa dirà Conte e il suo ruolo a partire da stasera – Dall’inizio della crisi le dichiarazioni di Conte sono state ridotte al minimo. C’è stata una sola uscita in pubblico, il 13 agosto scorso quando è stato a Foggia per incontrare gli amministratori locali e lì, accolto da un bagno di folla, si è fatto sfuggire una frase: “Sarò al vostro fianco in qualsiasi veste”. L’episodio più rilevante è stato però lo scontro via lettera con il ministro dell’Interno. Il 15 agosto infatti, in pieno caso Open arms, Conte ha reso pubblico un messaggio per il capo del Viminale, accusandolo dell'”ennesima slealtà“. Salvini ha infatti detto che il premier volesse lo sbarco di tutti i migranti, mentre Conte ha rettificato dicendo di avergli chiesto solo di provvedere “ai minori” presenti sulla nave della ong. E’ stata solo l’ultima dimostrazione del livello di logoramento dei rapporti tra i due. E anche alla luce di quelle tensioni, è difficile pensare a un riavvicinamento. Conte davanti al Senato parlerà anche di questo: della fiducia venuta a mancare e dello scarso rispetto che ha sentito nei confronti del ruolo che ricopre. La forza del premier è quello di essere, da una parte la carta migliore per i 5 stelle e dall’altra un volto che potrebbe mettere d’accordo anche il Partito democratico (i renziani hanno già dato il loro via libera). Anche per questo saranno fondamentali le sue parole all’Aula, perché per la prima volta parlerà a una platea molto più ampia.

I 5 stelle in trincea al fianco del premier. Sperando in un secondo contratto – I 5 stelle nei dodici lunghi giorni di crisi vissuta tra il bagnoasciuga, le piazze di Matteo Salvini e il Senato, sono quelli che hanno accusato più il colpo psicologicamente. “Il ministro del Tradimento”, come Alessandro Di Battista ha chiamato il leader del Carroccio ha provocato una delusione molto profonda e soprattutto a livello umano. Insomma, i grillini non se lo aspettavano. Anche per questo il passo indietro, nonostante i tentativi sgangherati del Carroccio, ormai sembra inaffrontabile. Come da tradizione, nel momento più difficile per i 5 stelle, è intervenuto Beppe Grillo per consolarli e ricompattarli. Il fondatore non ha avuto dubbi: se sono una forza né di destra né di sinistra, come dicevano all’inizio, significa che possono benissimo sedersi al tavolo con il Partito democratico. Ha anche registrato un video scherzoso dove finge di dialogare con Bossi: ha fatto ridere la base, ma soprattutto è servito a rassicurarli perché, come ha detto Grillo, “i ragazzi hanno assorbito bene” la botta. Di Maio, quello che teme più di tutti di dover lasciare il governo in caso di nuova squadra, chiede che si usi tutta la prudenza necessaria: prima parla Conte e poi si vede. Certo la tentazione c’è e il gruppo è pronto (quasi tutto): “Con un contratto scritto, si può parlare con chiunque”, è il ragionamento. E se lo hanno fatto con la Lega non si capisce perché non dovrebbero farlo con il Pd.

La Lega all’angolo punta sui sondaggi e spera nel ritorno alle urne in breve tempo – Per il Carroccio il momento è molto delicato. La crisi lampo chiesta e voluta da Matteo Salvini non solo non c’è stata, ma assomiglia sempre di più a un travaglio destinato a durare. Non è detto che il leader non lo avesse messo in conto, ma il rischio è che il famoso consenso che diceva avrebbe voluto capitalizzare non regga al colpo di un ministro che ha osato troppo e spaccato senza che se ne capiscano troppo le ragioni. Il leghista, che pur avendo aperto la crisi non ha mai mollato la poltrona, nel corso dei dodici giorni ha cambiato varie versioni. E’ passato dal “qualcosa si è rotto con i 5 stelle” al “il mio telefono è sempre acceso”. Si è scontrato apertamente con Conte, salvo poi dire che “ci si può rimettere al tavolo e lavorare”, in caso in cui non si andasse a elezioni. Ha anche provato un colpo di scena: è andato in Senato una settimana fa e ha detto di essere pronto a votare la legge per il taglio dei parlamentari con i 5 stelle. Faceva sul serio? Probabilmente non lo sapranno mai, perché la legge è stata calendarizzata per il 22 a Montecitorio, ma il governo potrebbe non arrivarci neppure. Salvini ha detto che ad un certo punto ha dovuto accelerare perché i 5 stelle dicevano troppi “no” e aveva spinte interne che gli chiedevano di rompere. Il rischio ora è che quelle stesse spinte gli chiedano conto del perché ha lasciato le stanze del potere troppo presto e senza un piano alternativo.

Il Pd in attesa cerca di ricompattarsi. Ma l’incognita Renzi spaventa tutti – I democratici sono pronti. Non c’è voluto neanche troppo tempo per convincerli. Non appena si è fatto strada lo scenario del voto anticipato, le truppe in Parlamento hanno capito che non era il momento di fare troppo gli schizzinosi. I renziani i segnali li hanno dati subito, poi consacrati dalla conferenza stampa dell’ex segretario Matteo Renzi. Il fronte di Nicola Zingaretti invece è più prudente: se fosse per il segretario, sarebbe meglio evitare di lasciare la palla nelle mani dell’ex premier e l’opzione migliore è pur sempre quella di andare a elezioni (e quindi candidare i suoi). Ma rischia di non avere scelta. Ci sono vari pontieri al lavoro da giorni: la situazione è complicata, ma non impossibile. Servirà una compattezza che i dem non erano pronti a dimostrare. Ne parleranno in direzione mercoledì, prima però vogliono ascoltare bene il discorso di Conte. Una parola in più o una in meno potrebbe fare la differenza per far nascere una nuova coppia e far dimenticare quella gialloverde.

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