Basta un semino della discordia. Una dichiarazione in un’intervista o un retroscena con un titolo accattivante. Ed ecco che l’accordo politico, già fragile di suo, rischia di naufragare. Non per la notizia in sé, fondata o meno, quanto per le reazioni che essa scatena. È ciò che sta accadendo in queste ore che scandiscono l’attesa per il discorso del premier Giuseppe Conte in Senato. Si lavora sui nervi, che sono tesissimi sul fronte Lega-M5s tanto quanto su quello del Pd. Alla faccia degli “appelli all’unità”, che in realtà nascondono forti tensioni interne su chi, fra Nicola Zingaretti e Matteo Renzi, dovrà intestarsi la soluzione della crisi di governo e la leadership di fatto nei prossimi mesi.

Il clou è stato raggiunto nella giornata di domenica. Proprio negli stessi minuti in qui Matteo Salvini, incassato il benservito del M5s, prospettava ai suoi “il ritorno al governo di Renzi e Boschi” – etichettando fra l’altro l’ex ministra come “mummia” – dal Nazareno iniziavano a circolare voci incontrollate di una possibile “soluzione-choc” pentastellata per “neutralizzare” l’eventuale invadenza di Renzi nell’eventuale governo giallorosso: blindare l’Esecutivo nominando Maria Elena Boschi ministro. “Ci sta ragionando anche Di Maio e Renzi non potrebbe rifiutare”, ripetevano in loop esponenti di primo piano del Pd e gole profonde varie. Tutte legate alla maggioranza dem, ça va sans dire. Ed ecco che l’indiscrezione è finita dritta dritta sui giornali, sebbene edulcorata dai condizionali del caso.

Come previsto, basta poco per far diventare il “semino” una valanga. Il M5s è costretto a smentire. “Al tavolo con Renzi e Boschi noi non ci sediamo”, hanno ribadito Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro, perché “il cambiamento è totalmente incompatibile con quei nomi”. E l’immagine della stessa Boschi, impegnata per mesi nel “senza di me” ispirato da Matteo Renzi, potrebbe uscirne indebolita. Ecco allora che, nell’eventualità – non infondata – che allo stato via sia una qualche forma di dialogo sotterraneo fra i pentastellati e i renziani, l’effetto di questa notizia è quella di delegittimare il tutto. Tradotto: se il M5s vuole trattare, lo deve fare solo con il Pd “ufficiale”, quello di Nicola Zingaretti.

Il passaggio è fondamentale. Se il nuovo governo si fa grazie a Renzi, l’ex segretario si legittima come capo politico e si riprende il partito, mettendo in imbarazzo Zingaretti con l’intento di ricondurlo “nell’oblio del Grande raccordo anulare”, come dice qualcuno dei suoi avversari. Se invece fosse l’ex premier ad essere sconfessato, smentito e etichettato come “l’incoerente amico di Di Maio” e le condizioni dell’accordo le dettasse il Nazareno, ecco che il segretario si affermerebbe con gli alleati interni (Franceschini, Gentiloni, ecc) come il “grande stratega del Pd” che ha “riportato credibilità nel partito” e “non si è piegato ai 5 stelle”.

È proprio per questo motivo che, sin dall’inizio, il governatore del Lazio non aveva alcuna voglia di inerpicarsi in possibili alleanze: “Si vada a votare, perderemo ma saremo comunque cresciuti”. E derenzianizzati. Almeno finché che tutti gli esponenti più autorevoli, come il “padre politico” Goffredo Bettini e il modello Romano Prodi, hanno caldeggiato il contrario. Paradossalmente, Zingaretti ne sarebbe uscito vittorioso anche in caso di rappacificamento fra Salvini e 5 stelle, passando per “colui che non si è scomposto nel momento più difficile”.

In questo contesto, si comprende il senso delle “veline” degli ultimi giorni. Da quella del “rimpasto con Di Maio premier” a “Renzi o Boschi nel governo”, passando per l’indiscrezione di “D’Alema a pranzo con Zingaretti” nel giorno dell’intervista di Bettini sul “governo di legislatura”. Strategia politica alla House of Cards, sui cui frutti bisognerà attendere la giornata di martedì. La prima mossa, infatti, la dovrà fare il premier Conte. Gli zingarettiani non chiudono la porta a un suo mandato bis, ma non sono disponibili a votare in alcun modo in suo favore. Il passaggio per il Quirinale, infatti, è condicio sine qua non. Come l’assenza di Luigi Di Maio dal futuro nuovo governo, su cui il Pd “ufficiale” non è disposto a trattare, al contrario – pare – dei renziani. Fra Zingaretti e Renzi, chi vince governa. O forse no. Ma di sicuro si (ri)prende il partito.

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