Il mondo politico si domanda come affrontare la fine di un governo “mostruoso”: nel senso latino di monstrum, parola ambivalente che può significare “prodigio” ma anche, appunto, “mostruosità”. Lo stesso mondo politico si prepara a varare un altro paio di possibili governi, tra loro alternativi ma basati su alleanze altrettanto “mostruose”, visti i numeri.

Uno dei nodi di fondo è proprio questo: nella fase in cui stiamo vivendo non ci sono alternative alla “mostruosità”, comunque si voglia rigirare la frittata. E questa frittata indigeribile è il frutto di una società involuta, divisa, razzista, incattivita, in cerca di facili capri espiatori. Una società che ha generato una certa politica, dotatasi di leader un buona parte capaci solo di cavalcare quell’involuta e litigiosa cattiveria sociale, magari per invocare e cercare il “pieno potere”; lo fanno nonostante queste pretese abbiano già portato moltissima sfortuna nel corso del Novecento.

Vedremo quali saranno i giochi di prestigio che porteranno, prima o poi, a nuove elezioni. Tuttavia non bisognerebbe sottovalutare il ruolo dei mandanti di quei politici che hanno ridotto questo Paese in un perenne campo di battaglia. Chi sono i mandanti? È chiaro: siamo noi, sia quando esercitiamo il nostro diritto di voto, sia quando disertiamo le urne, lasciando ad altri il compito di decidere. La riflessione di ciascuno di noi sulle proprie responsabilità individuali potrebbe essere salutare, in alternativa agli anatemi contro chi la pensa diversamente e al complottismo. Una domanda è d’obbligo. Possiamo assolverci? Possiamo accontentarci ancora della tiritera secondo la quale va così a causa del fatto che troppi politici e burocrati nostrani – grandi, medi e piccoli – appaiono sensibili al fascino del compromesso o della demagogia o della bustarella?

Perché non prendere in considerazione il fatto che quei politici, da noi eletti, sono l’espressione di una vocazione, congenita del “sistema Italia”, alla irresponsabilità nei confronti del bene comune? Perché non ammettere che quei politici siamo noi. Noi è una considerazione masochistica, né il tentativo di assolvere tutti diluendo la pozione velenosa. Però in Italia davvero è il momento di arrivare a una riflessione da parte di tutti sul nostro sistema e suo declino da vari punti di vista, incluso quello morale.

Trent’anni fa il professor Mario Centorrino, siciliano, scrisse un libro purtroppo poco noto: “L’economia ‘cattiva’ del Mezzogiorno”. Sosteneva che certamente la criminalità organizzata controllava con la sua economia malvagia vaste aree del Sud Italia (oggi non solo quelle, è multiregionale e multinazionale). Però c’era (e c’è) anche tante gente “per bene” che trova conveniente, sul fronte del elastico delle regole, assecondarla, coltivando un’economia cattiva complementare a quella malvagia, dalle piccole scelte a quelle più impegnative, dalla micromazzetta alla megaevasione fiscale, fino al reddito di cittadinanza percepito illecitamente.

Quella riflessione valeva e vale dalle Alpi alla Sicilia anche sul fronte della cattiveria dilagante e ormai imperante, che sta favorendo – sul piano politico – derive populiste e autoritarie. Se qualcuno pensa che coloro che entrano nei ranghi della nostra classe dirigente possano emanciparsi da soli, a prescindere dalla società che li esprime, si sbaglia di grosso. È il caso di dire che nelle stanze dei bottoni e dei bottoncini abbiamo messo chi ci meritiamo. E di certo, come cantava Fabrizio De André, “provate pure a credervi assolti / siete lo stesso coinvolti”. Io incluso, ovvio.

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