Appena eletto primo ministro, Boris Johnson ha formato un governicchio, eliminando 17 ministri del precedente esecutivo e inzeppandolo di figure mediocrissime ma fedeli e stolidi pifferai del tafazzismo in salsa anglosassone conosciuto come Brexit nei migliori pub delle isole britanniche.

Ovviamente la scadenza del 31 ottobre rende inutile qualsiasi negoziato: un eventuale nuovo accordo (che peraltro l’Ue al momento non ha alcuna intenzione di concedere) dovrebbe essere ratificato dai restanti 27 membri della Ue. E se non bastasse, nel Parlamento di Sua Maestà Britannica non esiste alcuna maggioranza in favore di una no-deal Brexit come prova la lunga serie di umilianti sconfitte che hanno scarnificato politicamente Theresa May, Quindi la farsa ad alto tasso alcolico che si continua a recitare dalle parti di Downing Street e di Westminster si arricchirà di nuove becere gag e di un comico che sulla scena londinese non teme confronti.

Del resto, il neo primo ministro al suo esordio non ha deluso: ai Comuni ha posizionato la puntina sul disco rotto con le farneticazioni della sua campagna elettorale, infarcite del rifiuto di compromessi sulla questione del confine nord irlandese. Un’intransigenza che rende felici tutti coloro che mirano allo smembramento del Regno Unito, in primo luogo gli scozzesi che già si agitano per un nuovo referendum sulla secessione.

Quali sono i possibili schianti a cui andrà incontro l’Armata Brancalion che issa i vessilli della Brexit? Per come la vedo io, sono questi:

– un accordo negoziato con la Ue che lasci quasi tutto come ora, ma che si cercherebbe di presentare all’elettorato di boccaloni xenofobi come un grande successo. Quindi un Regno Unito che mantiene di fatto tutti gli obblighi di un paese membro dell’Ue, ma senza voce in capitolo in nessuna decisione;

– al 31 ottobre non si firma alcun accordo, ma affinché il Regno Unito possa lasciare l’UE si impone un voto in Parlamento. Quindi o Johnson e i suoi accoliti innescano una crisi costituzionale o si devono sottoporre ad un voto di fiducia da cui usciranno umiliati esattamente come la May;

– se le opposizioni, sentendo l’odore del sangue politico dei conservatori man mano che Johnson si intrappola nella sua stessa rete di promesse fasulle, potrebbero chiedere un voto di fiducia prima del 31 ottobre. Entro due settimane si dovrebbe formare un governo a tempo di unità nazionale (escludendo i Brexiters), per chiedere alla Ue una nuova proroga della scadenza. Quindi si terrebbero nuove elezioni che di fatto si trasformerebbero in un nuovo referendum.

Johnson capisce che sta andando a schiantarsi e si gioca il tutto per tutto convocando nuove elezioni a settembre e cercando di ricompattare le sue fila. Ma i conservatori con la May hanno già tentato questa forzatura e ne sono usciti maciullati, cioè senza maggioranza ai Comuni e tanto meno una compagine parlamentare favorevole alla Brexit. Johnson è una figura ancora più screditata della May e quindi subirebbe una batosta ancora peggiore. Peraltro l’elettorato si sta polarizzando verso i lib-dem che sono europeisti e il Brexit party che raccoglie l’ala oltranzista dei Leavers. I Conservatori finirebbero per perdere gli elettori moderati e quelli fanatici.

Se il Labour si liberasse di un ciarlatano vetero-marxista come Corbyn forse nella tragica e cupa nottata calata sulla Gran Bretagna da oltre tre anni, si potrebbero intravedere sprazzi di aurora.

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