Dieci anni. L’ultimo attacco registrato nel nord della Nigeria è un macabro suggello per il decimo anniversario dalla nascita di Boko Haram come gruppo terroristico. Dieci anni nefasti, di una violenza con pochi eguali: nonostante acceda alle cronache solo in casi di particolare efferatezza, con attentati altamente mortali o con rapimenti come quello delle studentesse di Chibok, in realtà Boko Haram, secondo il Global Terrorism Index, colloca stabilmente la Nigeria al terzo posto, con 8.860 morti nel 2018, subito dopo Iraq e Afghanistan, e seguito da paesi che percepiamo più colpiti dal fenomeno, come Siria, Pakistan e Somalia. Dieci anni di record negativi. Almeno 27mila morti. Quasi 2,8 milioni di sfollati. E 10,7 milioni di persone che dipendono dagli aiuti alimentari. Cifre delle Nazioni Unite.

I tentacoli di Boko Haram sono giunti da tempo oltre confine, attorno al bacino del lago Ciad, in particolare nell’estremo nord del Camerun ma anche in Ciad e Niger. I quattro paesi della regione cercano faticosamente di coordinare gli sforzi per eradicare il gruppo jihadista. L’ultima riunione si è tenuta lo scorso 19 luglio nella capitale nigerina Niamey e ha portato allo stanziamento di un Fondo di stabilizzazione del bacino del lago Ciad di circa 100 milioni di dollari per contrastare i terroristi, in particolare rinforzando i servizi di base e i mezzi di sussistenza delle popolazioni locali. Sì, perché la povertà estrema e la mancanza di lavoro alimentano la crescita del fenomeno terroristico. La rapidissima riduzione delle acque del lago, dovuta ai cambiamenti climatici, ha messo in ginocchio l’economia della regione e così piccoli coltivatori e pescatori non trovano di meglio che infoltire i ranghi dei jihadisti o delle milizie auto-organizzate che vi si oppongono.

Il fondo andrà comunque finanziato e si conta per questo sul sostegno occidentale: la Svezia ha già promesso un contributo 8 milioni di dollari. Germania, Regno Unito e Unione Europea hanno promesso un sostegno non meglio precisato. Non è la prima volta che succede: da tempo i paesi della regione tentano a fatica di coordinare la risposta a Boko Haram, ottenendo promesse di collaborazione economica che non sempre vengono rispettate. E intanto il fenomeno si incancrenisce.

È l’inizio degli anni 2000 quando nella città di Maiduguri, capitale dello stato nigeriano di Borno, un piccolo gruppo di studenti inizia a chiedere un’applicazione rigorosa della Sharia, la legge islamica già in vigore negli stati settentrionali della Nigeria. Tra loro, Mohamed Yusuf, un predicatore salafita carismatico, i cui discorsi antioccidentali fanno presa sulla popolazione locale. Libri e musica occidentali, educazione e scuole, tutto è peccato. Appunto: Boko (che in Hausa, la lingua locale, può essere tradotto come “l’educazione occidentale” o comunque “non islamica”) haram (‘proibito’ in arabo, identifica tutto quanto è vietato nella religione islamica).

Le loro manifestazioni, da principio pacifiche, cominciano ad essere represse dalle forze dell’ordine, i manifestanti arrestati. Il movimento inizia a ricorrere alla violenza. Il 26 luglio 2009, Boko Haram attacca diversi posti di polizia. La polizia reagisce. L’esercito distrugge il quartier generale del gruppo e uccide centinaia di fedeli. Mohamed Yusuf viene arrestato e giustiziato in pubblico, anche se la polizia ha sempre sostenuto di averlo ucciso in seguito a un tentativo di fuga. È l’atto che suggella la definitiva radicalizzazione di Boko Haram, che da quel momento si muta in gruppo terroristico.

Le redini del gruppo da allora sono nelle mani di Abubakar Shekau, l’uomo che abbiamo imparato a conoscere nei farneticanti video di rivendicazione, in tenuta mimetica e Ak-47. Cresciuto a Maiduguri come bambino di strada, avrebbe poi studiato teologia islamica. Leader sanguinario, il suo arrivo instaura il terrore e avvia la stagione degli attentati suicidi nei luoghi affollati, nei mercati, negli edifici pubblici, fino a spingersi oltre confine, ma anche verso il sud della Nigeria: il 26 agosto 2011 fanno esplodere una bomba contro la sede dell’Onu nella capitale federale Abuja. Un atto che richiama l’attenzione internazionale sul fenomeno. Ma bisognerà attendere fino al 2013 perché le autorità federali decretino lo stato d’urgenza negli stati di Borno, Yobe e Adamawa.

Il 6 agosto 2014, i terroristi proclamano la nascita di un Califfato islamico e l’anno successivo formalizzano la loro adesione all’Isis, a differenza ad esempio degli al-Shabaab somali, i quali invece dichiarano la loro affiliazione ad al-Qaeda.

La gente scappa, in numeri sempre più elevati, spostandosi verso Abuja e Lagos. Gli sfollati interni sono oltre due milioni. Donne e ragazze sono tra le vittime più colpite: rapite, costrette a matrimoni forzati coi jiadisti, usate come kamikaze contro la loro volontà, anche giovanissime. Nell’aprile 2014, il rapimento delle 276 studentesse di Chibok, che scandalizza il mondo intero. Di molte di loro non si è saputo più nulla.

L’affiliazione all’Isis aumenta però le divisioni interne. Shekau, più volte dato per morto ma puntualmente redivivo, rimane capo della parte più oltranzista, stabilitasi fra Camerun e Niger, mentre Isis designa come capo Abu Musab Al Barnawi e la sua fazione, detta Iswap (provincia dello stato islamico in Africa Occidentale), domina fra le isole del lago Ciad. Influenzata anche da Mamman Nur, questa branca agisce da para-stato, con maggiore apertura verso la popolazione. Nonostante le divisioni interne, il gruppo rimane fortemente pericoloso.

Intanto, nuove nubi si addensano all’orizzonte: lo scorso venerdì l’Alta Corte federale di giustizia ha deciso di interdire il Movimento Islamico della Nigeria (Imn), gruppo sciita guidato da Cheikh Ibrahim El Zakzaky, detenuto dal 2015. La decisione è giunta dopo che sei manifestanti, un giornalista e un poliziotto sono morti il 22 luglio durante una marcia organizzata dai seguaci dell’Imn proprio per chiedere la liberazione del loro leader. Il movimento, nato nel 1978 come gruppo studentesco e poi mutatosi in gruppo radicale sciita ispirato alla rivoluzione iraniana, fa paura per le sue idee estremiste. D’altro canto, però, si teme che in questa decisione si possano ravvisare gli estremi di una persecuzione religiosa, poiché la metà della popolazione nigeriana (presidente compreso) è musulmana sunnita. Insomma, una nuova pericolosa china.

Grafico: Global Terrorismo Index

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