Partiamo da una storia, quella di Noemi Magni, morta l’altro ieri notte per una tromba d’aria a Focene. Non era in giro in montagna, non si era avventurata pericolosamente al largo nuotando, era nella sua macchina, una macchina non pesante, ma comunque una macchina. Si era riparata sotto un distributore, aveva fatto insomma tutto quello che avremmo fatto noi. Se la sua macchina è stata sbalzata di 25 metri vuol dire che la tromba d’aria era di forte intensità e che non c’era nulla che avrebbe potuto fare.

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Sarebbe morta Noemi 30 anni fa? Probabilmente no. Come spiegano oggi esperti climatologi, le trombe d’aria sul litorale laziale sono sempre esistite ma non di quell’intensità, dovuta invece alle lunghe settimane di caldo intenso. Il motivo è semplice e lo capirebbe anche un bambino: il caldo estremo prolungato, spiega ad esempio Carlo Cacciani della Protezione civile oggi su Repubblica, aumenta la quantità di vapore acque nell’atmosfera, “oltre alla sua instabilità. È come se l’atmosfera fosse satura di benzina”. Insomma, dopo ondate di calore dovremmo sempre aspettarci reazioni estreme. D’altronde sono anni che abbiamo di fronte la stessa sequenza: ondate di caldo seguite da fenomeni temporaleschi estremi, con grandine, pioggia rovinosa, allagamenti. Anni, davvero.

Eppure, incredibilmente, si continua a parlare, su giornali, tv, media, di “morti da maltempo”. Una categoria, quella di “maltempo”, che andrebbe abolita, perché rimanda a una casualità del clima che ormai non esiste più. E che tra l’altro continua a definire negativamente i fenomeni temporaleschi, dimenticando che oggi anche il caldo estremo è “maltempo”. La cosa paradossale è che oggi, del cambiamento climatico, sappiamo tantissimo. Oltre alla mole di studi, ci sono gli eventi che, come tutti i climatologi spiegano, stanno semplicemente confermando quello che era stato previsto. Semmai, lo superano purtroppo nel senso dell’accelerazione. Eppure si continua a derubricare i morti a causa dei fenomeni estremi nella cronaca, in articoli che raramente danno spiegazione di ciò che sta accadendo e di cosa accadrà in futuro. E di cosa possiamo anche fare per proteggerci e cambiare questa situazione a dir poco drammatica.

E allora chiamiamoli con il nome giusto: Noemi è una vittima da cambiamento climatico, così come lo è l’uomo morto ad Arezzo e così come lo sono le centinaia di persone morte in questi ultimi anni per fenomeni estremi, allagamenti, alluvioni, esondazioni di torrenti e fiumi, certo aggravate dalla scarsa manutenzione e dalla cementificazione insensata, che comunque restano le concause, non le cause principali. Ma sono morti da cambiamenti climatici anche tutte quelle persone fragili che il caldo estremo ha portato allo stremo (quest’estate sono morti molti anziani, ancora non ci sono cifre, ma anche tra gli “illustri” ce ne sono tantissimi). Dovremmo anzi cominciare a fare un osservatorio su queste vittime, contarle, perché possiamo finalmente capire l’entità di un fenomeno di cui purtroppo si parla ancora troppo poco, di cui le persone capiscono ancora troppo poco, con conseguenze devastanti.

La responsabilità, a diversi livelli, è di tutti. Dei cittadini che girano la testa dall’altra parte e continuano a fare finta che il clima non sia cambiato – basta aprire Facebook per scoprire che la gente racconta le proprie vacanze come avrebbe fatto 20 anni fa, incredibile, senza nessuna sensibilità ecologica ma manche “meteorologica” – dei giornalisti, che appunto continuano a parlare di maltempo e non fanno informazione sul cambiamento climatico, mettendolo in prima pagina e tutti i giorni, come meriterebbe. Infine, ovviamente, dei politici, persi in battaglie politiche da quattro soldi e completamente incapaci di alzare la testa e vedere ciò che sta accadendo. Loro sono i più responsabili, e rischiano di portarci alla rovina.

Perché qui non si tratta di essere Cassandre, di fare invettive angosciose, di seminare il panico, ma di riflettere. Come per il caldo torrido: ci siamo chiesti cosa faremo quando aumenterà in maniera intollerabile? O continuiamo a parlare di afa casuale, di misure soggettive anticaldo, di piani anticaldo dei Comuni, con misure che rasentano il ridicolo (come la distribuzione di 9mila bottigliette di acqua a Roma alla popolazione, ma a che serve? Peraltro di plastica!). E lo stesso per piogge rovinose e trombe d’aria: cosa faremo quando faranno volare le macchine? O scoperchieranno i tetti delle case più fragili? Negli Stati Uniti le allerte meteo provocano spostamenti di massa nella popolazione: è questo che vogliamo? Non è una scenario da incubo? E se lo è, non dovremmo parlarne, sempre, tutti i giorni? E se lo è non dovremmo forse smettere di parlare di “maltempo”?

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