Salgono a 495 i casi di peste suina africana (psa) in Europa dall’inizio dell’anno. L’epidemia, che preoccupa gli allevatori specialmente in Asia, è causata da un virus molto contagioso e altamente letale, della famiglia Asfaviridae, genere Asfivirus, che colpisce i suidi (maiali e cinghiali). Il numero più alto di focolai nel nostro continente si registra in Romania (421), seguita da Ucraina (24), Polonia (21) e Bulgaria (16). I sintomi tipici includono febbre elevata, inappetenza, problemi respiratori, difficoltà nel movimento ed emorragie interne. E portano alla morte dell’animale nel giro di una settimana. “La situazione – avverte Gian Mario De Mia, direttore del centro di referenza nazionale per le pesti suine presso l’Istituto zooprofilattico sperimentale dell’Umbria e delle Marche – non è per niente sotto controllo, perché i principali vettori del virus sono i cinghiali selvatici, che sfuggono alla vigilanza dei servizi veterinari e sono liberi di avvicinarsi agli allevamenti che non rispettano gli standard di biosicurezza. Specialmente quelli a uso familiare, per cui non è richiesta la doppia recinzione, la disinfezione e la derattizzazione dell’ambiente in cui i maiali vivono”. In Italia al momento si conta soltanto un caso, in Sardegna, dove il virus è endemico dal 1978. “Si tratta di un suino domestico appunto, per l’autoconsumo. Fino a una decina di anni fa – spiega l’esperto – sull’isola i casi di peste suina africana erano centinaia per la presenza di numerosi maiali allo stato brado, non registrati all’anagrafe e non sottoposti ai normali controlli sanitari. Oggi grazie agli abbattimenti i focolai si sono quasi azzerati”.

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