Cosenza, Festival delle Invasioni 2019: 21esima edizione d’una festa musicale urbana la cui cifra sta nelle sonorità della scena musicale contemporanea e un nuovo uso dello spazio, per beni culturali fruiti in modo alternativo, non convenzionale. Da Daniele Silvestri, fresco di Targa Tenco che in riva al Crati anticipa il tour autunnale nei palasport al rapper Izi, accompagnato per l’occasione dal vietnamita Mike Lennon, dall’indie di Calcutta allo stride-piano di Raphael Gualazzi, sino alla rivelazione dell’anno che viene dalla periferia milanese del Gratosoglio: Mahmood. E un claim scelto: “battito urbano”, che rimanda all’attualità musicale. Titolo azzeccatissimo per il live di Achille Lauro, rivelazione nella scorsa edizione del Festival di Sanremo con la hit Rolls Royce, che nella città calabrese va in scena abbattendo tanti stereotipi, a partire da quello che lo vuole nei panni del cattivo ragazzo della musica italiana.

Lauro de Marinis, classe 1990, 29 anni, capitolino di nascita, cresciuto nel mondo underground della periferia nord della Capitale da torri cilindriche di Vigne Nuove, amato da giovani e giovanissimi, detestato da tanti altri, spalla di Mara Maionchi a X Factor, irrompe sulla scena musicale attuale, diversa dalle precedenti e, come spesso succede per le novità, genera esaltazione di chi l’apprezza e pregiudizio di chi senza conoscerlo (o temendolo) lo giudica, sino a demonizzarlo.

Arriva a Cosenza con la sua crew colorata ed è subito festa da estate romana. Piazza gremita, ledwall dalle linee geometriche, video iniziale in cui scorrono immagini di Saturn V, il supermissile che per la prima volta portò l’uomo sulla Luna; Marilyn Monroe, Morgan. Sale sul palco, unconventional, accompagnato dal chitarrista e producer Boss Doms e si capisce subito che lo spettacolo di forte impatto scenico è la ricerca di qualcosa di nuovo, diverso: la sua samba trap, tipica di un outsider, contamina punk, rock, batterie elettroniche. Del resto, come si racconta a fine concerto con una disponibilità che non t’aspetti, nei corridoi tappezzati di manifesti del teatro di tradizione Alfonso Rendano (quello stesso Rendano inventore del terzo pedale, il pedale tonale), “tutto nasce dall’esigenza di fare cose nuove, senza pianificazioni”. Dress code super glam dal tedesco Philipp Plein al campano Francesco Scognamiglio, cappello a tese larghe, smalto nero, carismatico e irriverente, in attesa del tour autunnale Lauro, nella città che vanta uno dei Planetari più tecnologici del Paese, si esibisce sulle note di 1969 ispirate allo sbarco sulla Luna, poi il successo del Festival di Sanremo Rolls Royce, Zucchero, C’est la vie.

Arriva accompagnato da falsi pregiudizi e si capisce subito quanto questi siano frutto d’una costruzione mediatica giacché da sempre, che sia la musica o la politica, il nuovo fa paura. Succede così che in una piazza calabrese dove al centro troneggia la statua del filosofo Bernardino Telesio s’abbattono luoghi comuni (com’è nelle corde della cifra identitaria di questa città), a partire dallo “scandalo” per canzoni apparentemente intrise di riferimenti alle droghe, quasi a voler dimenticare l’80% del panorama discografico nazionale ed internazionale.

Con una gentilezza connaturata Lauro si rivolge ad un pubblico che più d’un artista in queste sere definirà “educatissimo”, per contrastare la dipendenza da smartphone: “Signore e signori, vi chiederei di spegnere i telefoni e godervi questa splendida festa, che poi domani la raccontate. Ricordo a tutti che è una festa, ma esistono varie regole, innanzitutto mettete i telefoni in tasca”. Condividere lo spazio urbano col proprio vicino: un contraltare con l’ossessione, tutta contemporanea, della condivisione social, giacché: “Una piazza senza gente è una piazza vuota. Può sembrare una frase banale ma non lo è”, dice nella città in cui da sempre si respira spirito libertario. Se questi sono bad boys, a me sembrano piuttosto good guys. C’est la vie, est la vie!

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