Con una laurea in fisica e un lavoro nel campo dell’Acustica, che l’hanno agevolata nella sua preparazione musicale, Emanuela Ligarò in arte Gold Mass, ha da poco pubblicato il suo disco d’esordio intitolato Transitions, registrato tra l’Italia e la Scozia e prodotto da Paul Savage (Mogwai, Franz Ferdinand), “che si è innamorato del progetto sulla base dei demo che gli avevo inviato via email. All’inizio pensavo che non avrei avuto risposte. A volte, però, a desiderare le cose, si corre il rischio che si avverino”. Album dalle sonorità electro-dark composto da dieci brani, tra i quali spiccano Happiness is a Way e Sentimentally Performed, è un lavoro intrigante nel suo intimismo sfaccettato, e di belle speranze: quello che potrebbe sembrare un sogno esaudito, in realtà, è il risultato di un impegno e dedizione che hanno poco a che fare con la fortuna.

Mi parli innanzitutto di te e come mai hai deciso di chiamarti Gold Mass?
Sono una cantautrice e ho da poco pubblicato il mio album di debutto. Il mio è un progetto di musica elettronica con il quale mi sono raccontata e aperta senza usare alcun filtro. La musica che mi piace ascoltare da sempre è quella in cui riconosco una forma di sincera condivisione delle proprie inquietudini e riflessioni. Per questo motivo anche la musica che scrivo conserva un’attitudine alla confessione e non potrei mai immaginarla diversa. Il nome Gold Mass è stata la mia unica scelta nel momento in cui ho pensato che avrei dovuto cercare un nome d’arte e me lo sono sentita addosso da subito. Gold Mass indica un’attenzione verso l’essenza, un ritorno alla sostanza vera e pura delle cose, al nucleo. Ho voluto che avesse un riferimento alla fisica ed alla materia, come anche il titolo dell’album Transitions, in rimando alla mia formazione scientifica universitaria. Gold Mass allude anche a qualcosa di prezioso che viene tenuto nascosto ai più ed è visibile solamente a coloro che riescono ad andare oltre la superficie delle cose.

Come descriveresti questo tuo disco d’esordio?
Vorrei che non sembrasse un debutto. Ho cercato di lavorare al limite delle mie capacità per fa sì che non risultasse un lavoro immaturo e ingenuo. È la prima volta che scrivo musica con un intento professionale e trovo abbia senso impegnarsi al massimo e con serietà, non esiste altro modo di fare le cose. Mi porto dietro anni di ascolto di musica, mi sono nel tempo appassionata a differenti generi e ho sempre avuto un atteggiamento estremamente curioso e famelico verso nuovi ascolti. Sono molte le occasioni per conoscere musica nuova e ormai con l’accesso alla Rete è diventato ancora più facile, bisogna solo stare attenti ad avere sempre un ascolto non superficiale. Tutti questi stimoli concorrono a formare un musicista e credo che ne determinino in modo predominante quella che sarà poi la natura e la maturità delle proprie composizioni. Io sono chiaramente al debutto, ma non mi sento improvvisata. A questo affianco lo studio del pianoforte classico che mi ha insegnato ad avere molta dedizione e disciplina. Nel disco questo percorso si ritrova pienamente.

Quali sono le tue ambizioni?
Da un esordio ci si può aspettare di tutto, anche che non succeda niente di rilevante. Io personalmente ho la fortuna di star provando piacere anche durante il percorso, per cui se non dovessi raggiungere nessuna meta, mi sentirei comunque già appagata. Mi sto occupando personalmente di tutte le fasi del progetto, della pubblicazione e della promozione, e devo dire che anche l’aspetto più manageriale mi diverte e stimola molto. Il mio è un progetto totalmente indipendente, ed è anche finanziato solo da me stessa con il lavoro di fisico acustico che svolgo ormai da anni. Oggi ha poco senso contare sull’appoggio delle etichette discografiche, che sono per la maggior parte impoverite. L’industria musicale cambia periodicamente e drasticamente l’orizzonte come conseguenza delle diverse rivoluzioni tecnologiche che riguardano il supporto e quindi il modo di fruizione della musica. L’ambizione ci deve essere, altrimenti non si ha una direzione. Nel frattempo, questa esperienza si sta rivelando una bellissima palestra che mi rafforza e mi invoglia sempre di più a pensare di ripetere il tutto con più consapevolezza in un nuovo album.

Hai mai tentato di partecipare a un talent tipo X Factor? Quali sono le tue opinioni al riguardo?
Non ho mai tentato di partecipare a nessun talent, su questa scelta non ho mai dedicato più di un minuto di riflessione. Non credo ci sia qualcosa di buono in un format del genere da nessuna delle parti in gioco, siano esse i partecipanti, i giudici o i telespettatori. Non bisogna confondere le cose: in televisione si fa entertainment, la musica si fa altrove. Per parlare in modo cinico, bisogna anche essere onesti e riconoscere che sono entrambi due business ma con obiettivi e pubblico completamente diversi. È sempre stato proprio della televisione far appassionare e affezionare il pubblico a storie e personaggi, specialmente quando questi sono persone comuni nei quali ci si può immedesimare seduti in poltrona, rincorrendo la realizzazione di un sogno o di un riscatto sociale. Non c’è niente di più, tutto lo spettacolo è funzionale a ciò e ruota intorno a questo transfer. La musica intesa come espressione di se stessi, delle proprie riflessioni e inquietudini, non può sentirsi a proprio agio in un contesto del genere. Il momento creativo, quando è sincero e onesto, nasce sempre da un atto intimo e raccolto, non prevede minimamente l’idea di un pubblico o della buona riuscita di ascolti e gradimento.

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