“Ci siamo bloccati sulla scuola. Un bambino non sceglie in quale regione nascere”. Dopo un’ora di retroscena, arriva la prima spiegazione ufficiale di Luigi Di Maio. Il durissimo strappo al vertice sull’autonomia, convocato stamattina a Palazzo Chigi dal premier Giuseppe Conte – alla presenza dei vicepremier – si è interrotto quasi subito. “Stamattina il tavolo sull’autonomia si è bloccato sulla regionalizzazione della scuola. Un bambino non sceglie in quale regione nascere: noi dobbiamo garantire l’unità della scuola così come l’unita nazionale“, ha spiegato il capo politico pentastellato su Facebook. Con un attacco velato all’alleato leghista: “L’Autonomia si deve fare ma non si deve fare male: stiamo ancora pagando lo scotto della riforma del titolo 5 della sulla sanità (sostenuta dall’allora Lega Nord, ndr), invito ad una riflessione ma in spirito costruttivo“.

La spaccatura ha fortemente infastidito Matteo Salvini, descritto come “furioso“. “Se c’è qualcuno che sabota, qualcuno che l’autonomia non vuol farla… Allora si parli chiaro”, ha detto il leader leghista al termine del vertice. In un video postato sui social, il vicepremier poi spiega: “Chi rallenta sull’Autonomia non fa un dispetto a Salvini o alla Lega. Certe cose io me le aspetto dalle opposizioni, dal Pd”. E ancora: “Chi difende il vecchio non fa un favore a nessuno. Né a Milano né a Napoli. Oggi l’Italia è unita? No. Perché la gestione centralizzata favorisce gli sprechi e i furbetti. Autonomia significa incentivare. E io voglio un governo che corre, che lavora, che cresce. Non che torna indietro”. “Se in materia di istruzione mi si nega la possibilità che una Regione con risorse proprie possa fare un’offerta formativa migliore e il motivo ostativo è che in un’altra Regione non si può fare così mi nega completamente il principio base dell’Autonomia”, ha detto la ministra per l’Autonomia, Erika Stefani: “Spero che il M5S ci ripensi”, ha aggiunto.

La frizione ruota tutta sul concetto di “unità nazionale” descritto da Di Maio. E la scuola pare non sia l’unico tema a tenere banco. In ballo anche presunte “gabbie salariali”, stando alle prime dichiarazioni arrivate dopo l’incontro. “La Lega vuole tornare indietro di 50 anni”, ha confermato la parlamentare M5S Barbara Lezzi. Una misura che secondo i pentastellati si tradurrebbe “nell’alzare gli stipendi al nord e abbassarli al centro-sud, una cosa che per il M5S è totalmente inaccettabile”. E ancora: “Una simile proposta spaccherebbe il Paese e la consideriamo discriminatoria e classista”, perché inoltre “impedirebbe ai giovani di emanciparsi, alle famiglie di mandarli a studiare in altre università, diventerà difficile e costoso anche prendere un solo treno da Roma a Milano”. “Durante il primo incontro c’erano state una serie di osservazioni che dovevano essere recepite in un testo: siamo alla terza riunione e questo testo non c’è, di qui le difficoltà”, ha spiegato poi Lezzi.

Tra l’altro, secondo gli esponenti del M5S, questa misura”è già stata in vigore in passato con pessimi risultati e giustamente venne abolita nel 1972. Reintrodurla significa riportare l’Italia indietro di mezzo secolo. Follia pura“, concludono dal partito di Di Maio. “I Cinque Stelle condannano il sud all’arretratezza“, hanno replicato fonti del Carroccio, nel lasciare il tavolo in contestazione con l’alleato di governo. Anche qui replica la ministra Stefani: “Non c’è nessuna gabbia salariale, sono strumenti previsti che esistono già nel nostro ordinamento. Si tratta di incentivi previsti dalla contrattazione integrativa, per incentivare la permanenza e la continuità formativa”. E ancora: “Tra uno che lavora vicino casa e uno che deve munirsi di un appartamento a Milano è ovvio che c’è una differenza”

Nel corso del pomeriggio è intervenuto anche il premier Giuseppe Conte, che ha voluto chiarire la sua posizione. “Sulle autonomie stiamo lavorando, io presiedo il tavolo. Ritengo che il modo migliore per una buona riforma sia instaurare un contraddittorio aperto tra tutti, poi faccio le mie valutazioni. Abbiamo fatto molto lavoro, sono il garante del lavoro che stiamo facendo che porterà a una riforma che rispetterà la Costituzione“. E ancora: “Siamo già a otto richieste di autonomie e questo è sostenibile solo se l’intesa che faccio con una posso farla anche con un’altra. Questo significa che non posso trasferire tutte le competenze che mi vengono richieste sennò avrei uno stato senza competenze. Il secondo paletto è che la riforma non può essere lo strumento per allargare il divario tra le regioni più prospere e quelle meno prospere”.

Lo strappo ha scatenato anche la rabbia di Luca Zaia, presidente della Regione Veneto: “Siamo davanti a una farsa, un’autentica farsa. Sono stanco di vedere come alcuni vogliono portare l’autonomia verso l’agonia. Sappiano però che, finché ci sarò io, l’autonomia non sarà morta né, tanto meno, le istanze dei veneti“. Il governatore veneto chiede “formalmente ai grillini di presentare subito agli italiani la loro proposta di autonomia”, visto che “si sprecano quotidianamente nel commentare la nostra”. Durissimo il presidente del consiglio regionale del Veneto, Nicola Finco: “Siamo stanchi del Movimento 5 stelle che rappresenta la più grande forma di parassitismo italiana”.

Sullo sfondo, compare anche un terza tema motivo di dibattito. Si tratta dei rifiuti, che in questi giorni ha impegnato il ministro Sergio Costa a trovare una difficile mediazione fra il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, e la sindaca di Roma, Virginia Raggi. Emilia Romagna, Lombardia e Veneto hanno infatti proposto di dare “pieni poteri” in tema di rifiuti e danno ambientale alla regione, ottenendo il ‘niet‘ di Costa, formalizzato in audizione alla Commissione bicamerale per gli Affari regionali. C’e’ l’assenso a che vengano riconosciute alle Regioni alcune competenze amministrative, pero’ sempre in concerto con lo Stato e con “la garanzia dell’intervento sostitutivo” dell’esecutivo centrale in caso di inadempimento da parte della Regione. Sulle bonifiche, invece, il dicastero ambientale “ritiene ipotizzabili ulteriori aperture“, aggiunge il ministro.

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