“Sono una persona assolutamente normale, che ha avuto il privilegio di realizzare uno dei suoi sogni più particolari”. Come molti bambini, a 3-4 anni sognava già di fare l’astronauta, Luca Parmitano. E continua a sognare anche adesso, da adulto, mentre si prepara a tornare per la seconda volta in orbita, sulla Stazione spaziale internazionale (Iss), a circa 400 km di quota. Sogna la Luna nel suo futuro, AstroLuca, e invita a “usare la nostra immaginazione per andare anche oltre, verso Marte”. Oltre, come dice il nome stesso della sua missione, denominata Beyond. Il suo lancio è in programma il giorno in cui il mondo celebra i 50 anni del primo storico sbarco dell’uomo sulla Luna. Il 20 luglio Luca Parmitano e i due colleghi dell’equipaggio, l’americano Andrew Morgan e il russo Alexander Skvortsov, decollano infatti con il razzo russo Soyuz.

Siciliano di Paternò, in provincia di Catania, Luca Parmitano è astronauta dell’Agenzia spaziale europea (Esa) e pilota sperimentale dell’Aeronautica militare italiana con il grado di Colonnello, promozione ricevuta i primi di luglio 2019. Dopo essere stato il primo italiano a compiere passeggiate spaziali, due nel 2013 con la missione Volare, sarà il primo italiano e il terzo astronauta dell’Esa al comando della Stazione spaziale, dall’inizio di ottobre 2019. Ilfattoquotidiano.it lo ha raggiunto al cosmodromo russo di Baikonur, in Kazakhstan, nel giorno in cui l’astronauta catanese ha iniziato la fase di isolamento completo, la quarantena, in vista del lancio della missione dell’Esa Beyond.

Cosa sognava da bambino?
Sognavo tantissime cose diverse. E lo facevo di volta in volta in modo differente, in base all’età. Sicuramente, il primo sogno è stato fare l’astronauta. Non ci sono dubbi. Me lo ricordo davvero bene. Ricordo il periodo, avevo 3-4 anni. Quando mi fu chiesto cosa avrei voluto fare da grande, risposi subito l’astronauta. Poi, crescendo, cambiano

Training – ESA – S. Corvaja

i sogni, le aspettative, le motivazioni. Com’è giusto che sia. Diventando più grande ho scoperto, ad esempio, di amare moltissimo la letteratura. Volevo fare lo scrittore, il poeta, il giornalista. A un certo punto, mi misi in testa persino di diventare una rockstar: suonavo anche in una band. Ho fatto, quindi, i passaggi che abbiamo compiuto tutti da ragazzi. Ero, sono e rimango una persona assolutamente normale. Che ha avuto un grande privilegio, quello di potere realizzare uno dei suoi sogni più particolari.

Tanti bambini di oggi le chiedono invece com’è lo spazio visto dallo spazio
Dipende dalla direzione in cui guardiamo. Se la Terra è al buio, volando ad esempio sopra il Pacifico del Sud dove ci sono pochissime luci, e se anche la Iss ha le luci spente all’esterno, cosa che non dipende da noi, a quel punto è possibile guardare in direzione dello spazio profondo. Lo spettacolo è assicurato: si possono vedere molte più stelle rispetto alla Terra. Ma soprattutto, e questa è una delle cose che più mi ha colpito, la luce delle stelle è fissa, non sembra ‘luccicare’, perché siamo oltre l’atmosfera terrestre. Con un po’ di attenzione, è anche possibile vedere a occhio nudo i colori delle stelle che ci stanno guardando. Gli astri hanno, infatti, davvero tante sfumature: ce ne sono di più gialli, rossi, di bianchissimi o di colore azzurro.

Cosa si prova a tornare nello spazio lo stesso giorno in cui 50 anni fa i suoi colleghi dell’Apollo 11 mettevano per la prima volta piede sulla Luna? Con che spirito affronta questa nuova missione?
La data di lancio del 20 luglio è, in realtà, casuale. Ma la considero una splendida coincidenza: non c’è modo più bello d’iniziare. È come avere il vento in poppa. Allo stesso tempo, però, dal punto di vista professionale io in questi giorni sono concentrato solo sulla missione. Non bisogna, infatti, dimenticare che il lancio è una fase estremamente critica. Nella missione ci saranno i 200 giorni in orbita, ma le sei ore di viaggio verso la Iss sono tra le più complesse. Può sembrare poco poetico, ma in quelle ore la mia attenzione sarà quindi focalizzata sulla missione.

Nel logo di Beyond ci sono riferimenti a Marte e alla Luna. Sogna di sbarcare sul nostro satellite in un prossimo futuro?
Continuo a sognare e ad avere sogni ambiziosi su quello che possiamo realizzare, come Agenzia spaziale europea e io stesso come individuo. Da astronauta dell’Esa, mi auguro, infatti, che ci sia una grande collaborazione internazionale tra le agenzie spaziali e i privati, che ci permetta di raggiungere obiettivi sempre più ambiziosi. Abbiamo già visto in passato, con le stesse missioni Apollo e con gli Shuttle, che questa cooperazione funziona. Personalmente, spero di poter vivere questo futuro che si sta aprendo adesso sia come testimone che, perché no, come chi, piuttosto che guardare un treno che passa, si mette a correre per poterci saltare dentro.

Cosa pensa del progetto della stazione Gateway? Qual è il suo valore aggiunto rispetto a un insediamento umano realizzato direttamente sulla Luna?
Una delle cose più difficili da fare quando si va nello spazio è superare la velocità di fuga di 8 km/s, per sottrarsi al vincolo della gravità terrestre. Infatti, più è grande e massiccia la macchina che dobbiamo portare in orbita e più è elevato il dispendio di energia. Quindi, l’idea di avere una stazione lunare come il Gateway, un mezzo in orbita intorno al nostro satellite che possa essere utilizzato svariate volte, ci permetterà di andare sulla superficie lunare e tornare. Come se avessimo uno Shuttle, ma in versione più avanzata. È questo il vantaggio principale del Gateway. Dobbiamo, inoltre, ricordare che non siamo ancora in grado di colonizzare la Luna. Quello del Gateway sarebbe solo un passaggio esplorativo, per poi utilizzare le conoscenze acquisite da questa tecnologia e sfruttarle anche in altre superfici spaziali. In primis, Marte.

Sul Gateway quali innovazioni tecnologiche dovrebbero essere introdotte, rispetto alla Iss, per migliorare le condizioni di lavoro e di vita degli astronauti a bordo?
La Stazione spaziale internazionale è stata disegnata specificamente per essere controllata da Terra. Inoltre, la tecnologia a bordo della Iss ha ormai 20 anni e quindi, quando è stata sviluppata, non ci permetteva una forte automazione. Oggi, invece, per avere una stazione lunare con le stesse prestazioni della Iss, dovremmo realizzare qualcosa di molto più automatizzato.

È corretto considerare il Gateway come un trampolino per Marte?
Le dirò di più. È esattamente questo il nostro lavoro: guardare oltre, più lontano. Tutta la scienza e la tecnologia che facciamo a bordo della Iss hanno, infatti, come scopo tre pilastri. Il primo è la scienza che ritorna sulla Terra. La scienza, cioè, per l’uomo comune, per la sua salute, per migliorare le condizioni di vita sulla Terra, per conoscere meglio il nostro Pianeta e per poterlo, così, salvaguardare. Il secondo pilastro è la conoscenza, cioè la scienza pura, ad esempio l’astrofisica, con l’obiettivo di migliorare la comprensione del nostro universo. Il terzo è permettere in futuro all’uomo di spingersi più lontano.

Grazie anche al lavoro fatto negli anni a bordo della Stazione spaziale
La Iss è l’unica piattaforma scientifica che ci ha permesso di fare scienza direttamente in condizioni di microgravità. Ci ha, ad esempio, fatto capire come il corpo umano si trasforma nello spazio, quali problemi possono sorgere e come possiamo risolverli. Ma ci ha anche fatto scoprire problemi ai quali non avevamo mai pensato. Ci ha, quindi, insegnato che dobbiamo ancora studiare, e che occorre spingerci oltre l’orbita bassa terrestre. Ma facendolo in modo graduale, un passo alla volta. In maniera sostenibile.

Gli astronauti che andranno su Marte dovranno affrontare un viaggio di sei mesi. In quali condizioni fisiche sbarcheranno sul Pianeta rosso? Saranno in grado di completare la missione?
Parliamo di sei mesi considerando la tecnologia che abbiamo a disposizione adesso. È solo una mancanza di immaginazione quella che non ci fa pensare a qualcosa di molto più avanzato, che ci permetta di viaggiare almeno al doppio della velocità che possiamo raggiungere oggi con l’energia chimica, derivata cioè direttamente dai combustibili. Se immaginassimo, invece, sistemi di propulsione completamente diversi, non sarebbe impossibile raggiungere velocità superiori ai circa 15-20 km/s di oggi. Credo che dovremmo cercare di sviluppare motori che ci permettano di viaggiare sopra i 30 km/s, e questo ci consentirebbe di arrivare su Marte in tempi molto più ridotti degli attuali sei mesi.

Il viaggio sarebbe, così, più sostenibile per voi astronauti
Esatto. Una volta risolto il problema del tempo di permanenza nello spazio aperto, limitandolo a tre mesi o, perché no, anche meno, avremo già risolto buona parte dei nostri problemi. In tre mesi si possono, infatti, pensare sistemi per mantenere una buona forma fisica per gli astronauti, simili a quelli presenti sulla Iss, sebbene su scala più ridotta. E anche pensare a come minimizzare, per quanto possibile, il problema dei raggi cosmici ai quali noi astronauti siamo esposti fuori dall’atmosfera terrestre.
Il problema del viaggio su Marte è, quindi, principalmente ingegneristico. Altro problema ingegneristico da risolvere è mantenere una buona manutenzione dell’astronave. Dovrà, infatti, affrontare un viaggio di mesi nello spazio aperto in condizioni davvero estreme, e dovrà quindi mantenere una capacità di automazione talmente elevata da potersi anche auto-riparare. Spero che l’impulso che c’è in questo momento a voler tornare sulla Luna, e a spingerci anche oltre, possa favorire la creazione di una generazione di aspiranti ingegneri che vogliano risolvere questi problemi. Per migliorare le nostre capacità di volare ancora più lontano dell’orbita bassa della Terra.

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