Sono 249 i Comuni sciolti per mafia in Italia dal 1991, quando entrò in vigore la prima legge, a oggi. Per altri 26, lo scioglimento deciso dal governo è stato bocciato dai giudici amministrativi. Poi ci sono ben 62 amministrazioni colpite negli anni più volte, fino a tre. A conti fatti, i provvedimenti emanati hanno toccato quota 328. E nel momento in cui scriviamo sono 40 i municipi dove al posto di sindaco e assessori è insediata una commissione nominata dal prefetto. I numeri sono imponenti, tanto che ormai queste notizie finiscono nei trafiletti di cronaca. Basta pensare che fra il 2012 e il 2018 sono stati imposti 112 scioglimenti, una raffica, di cui solo tre annullati dai giudici (il record spetta al governo Monti, che sciolse due Comuni al mese, per un totale di 36; i più miti sono stati invece gli esecutivi di centrosinistra succedutisi dal ’91 a oggi, con un Comune sciolto ogni due mesi). Ma i numeri sono tutto? E bastano a dire che la legge –  confluita poi negli articoli 143-146 del decreto legislativo 267/2000 – funziona a dovere? A fare un bilancio ci pensa il rapporto Lo scioglimento dei Comuni per mafia. Analisi e proposte, a cura di Simona Melorio, presentato oggi a Roma da Avviso Pubblico, la rete degli enti locali contro le mafie, e pubblicato in collaborazione con Altreconomia.

Da Sud a Nord
Il record tocca alla Calabria, i cui enti locali hanno subito l’intervento dello Stato ben 115 volte, seguita da Campania (108) e Sicilia (79). Ben distanziata la Puglia, con 15 provvedimenti, mentre nel resto del Paese i casi si contano sulle dita di una mano. Ma fanno rumore. Basta pensare ai Comuni sciolti in Piemonte, Liguria e Lombardia, e quello recente di Brescello (nella foto la campagna elettorale del sindaco Marcello Coffrini, dimessosi prima dello scioglimento) in provincia di Reggio Emilia: i provvedimenti di questi ultimi anni hanno in qualche modo ufficializzato la capacità delle mafie – ‘ndrangheta su tutte – di sottomettere la politica anche al Nord. Più esattamente, come recita la legge, di esercitare “forme di condizionamento” tali da “determinare un’alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi ed amministrativi e da compromettere il buon andamento o l’imparzialità delle amministrazioni comunali e provinciali”. Come a Lavagna (Genova), dove secondo il decreto di scioglimento i locali clan di ‘ndrangheta avevano promesso sostegno elettorale in cambio di un posto in giunta. Di solito a fare emergere questo “condizionamento” sono le indagini della magistratura, che aprono la strada a una commissione d’accesso e alla richiesta del prefetto, che poi può essere approvata o respinta dal ministro dell’Interno.

Il dettaglio per provincia vede in testa Reggio Calabria con 66 scioglimenti, seguita da Napoli con 59, un sorpasso avvenuto solo negli ultimi anni dopo una lunga supremazia campana; poi vengono le province di Caserta (36) e Palermo (33). I 40 Comuni attualmente sciolti sono distribuiti fra Calabria (22), Sicilia (9), Puglia (5) e Campania (4). Il rapporto di Avviso pubblico si concentra poi sui recidivi, cioè quei municipi dove i boss riescono a riconquistare la macchina comunale una volta che gli emissari del prefetto se ne sono andati: 45 amministrazioni hanno subito due scioglimenti, 17 hanno toccato il record di tre. Tra queste Casal di Principe (1991, 1996, 2012), Gioia Tauro (1993, 2008, 2017), Platì (2006, 2012, 2018), Taurianova (1991, 2009, 2013).

La legge fu pensata soprattutto per i piccoli Comuni – ricordate la polemica sull’opportunità di sciogliere addirittura Roma per lo scandalo di Mafia capitale? – perché più facilmente condizionabili, ma Avviso pubblico sottolinea che in realtà i mafiosi puntano alle prede grosse: il 13% dei centri colpiti almeno una volta conta più di 50mila abitanti.

Quando il politico cerca il mafioso
Il rapporto prende in esame la documentazione di diversi casi, e le storie che emergono sono da brivido. Come quella, citata nell’intervento dello studioso Vittorio Mete, di San Felice a Cancello (Caserta), sciolto nel 2017, dove le indagini hanno dimostrato “gravissimi e reiterati fenomeni corruttivi tali da costituire un vero e proprio ‘sistema illegale’ caratterizzato dal costante asservimento delle risorse pubbliche al tornaconto personale di esponenti dell’apparato politico e burocratico dell’ente in un contesto inquietante di commistione con gli interessi delle consorterie localmente egemoni”. Attenzione però: lì non erano i mafiosi cattivi che minacciavano e vessavano i poveri politici per appropriarsi indebitamente del denaro dei cittadini. Era esattamente il contrario. Scriveva il prefetto di Caserta: “Non è il clan malavitoso a cercare il contatto con le istituzioni e a imporre o proporre accordi vantaggiosi per entrambi, ma è direttamente la ‘politica’ a sollecitare l’intervento del clan camorristico per ottenere l’apporto finanziario sufficiente per la gestione illecita di grossi appalti pubblici”.

Se certo non mancano amministratori vittime di aggressioni, danneggiamenti e minacce, il rapporto è sempre più di reciproca convenienza, sottolinea nel suo saggio Alberto Vannucci, esperto di corruzione (nonché blogger di ilfattoquotidiano.it e rubrichista di FQ MillenniuM): in un quadro in cui le mafie sparano di meno e corrompono di più, “diversi decreti di scioglimento segnalano la sussistenza in loco di preesistenti comitati d’affari che disciplinano accordi di cartello e altre relazioni di scambio occulto, comprendenti soggetti interni all’amministrazione comunale”. In casi come questi, “i mafiosi si inseriscono in un tessuto già consolidato di relazioni illecite”. E’ il malaffare, insomma, a spalancare la porta alle mafie, e non viceversa. Non è certo un caso, si legge ancora nel rapporto, che nel 2017 “il 9,5 per cento dei Comuni sciolti versava in condizioni di deficit finanziario”, in pratica l’orlo del dissesto, contro uno 0,9% della media nazionale. In molte di quelle amministrazioni non solo la spesa pubblica veniva pianificata a beneficio degli amici degli amici, ma spesso i tributi locali non venivano riscossi e neppure richiesti.

Quando la politica chiude gli occhi
Il bottino di questi 18 anni insomma è ricco, ma i numeri non dicono tutto. Sono diversi i punti critici della legge che il rapporto affronta. Il più generale è un’elevata arbitrarietà della decisione di sciogliere o meno un ente locale, dimostrata fra l’altro dalle differenze di interventi da governo a governo. Secondo lo storico Isaia Sales, per di più, si è usata la mano pesante al Sud e il guanto di velluto al Centro-Nord, nonostante l’espansione delle mafie ben oltre i confini tradizionali sia comprovata da tempo. Tornano in mente i casi di Desio (Monza-Brianza) e Fondi (Latina), che anni fa la scamparono nonostante i risultati inequivocabili delle inchieste giudiziarie, quando al governo ci stava il centrodestra berlusconiano (sia a Roma sia nei due Comuni interessati).

Detto questo, riconosce il rapporto di Avviso pubblico, azzerare una giunta e un consiglio comunale eletti è molto invasivo. Si potrebbe studiare l’alternativa di un “affiancamento” dello Stato nei casi meno gravi, come del resto è previsto dal recente Decreto sicurezza. Inoltre – rileva Vannucci – si mandano a casa i politici, ma gli apparati burocratici restano “inamovibili”, anche quando i referenti dei mafiosi si annidano proprio fra loro. Infine, come dimostrano tanti casi di scioglimenti multipli, ma non solo, dopo il commissariamento spesso vincono le elezioni “quelli di prima”. O i loro amici. Su questo, però, non c’è legge che tenga.