Sull’Inps o, meglio, contro l’Inps trovano credito varie frottole. Una è che ai lavoratori dipendenti converrebbe tenersi i contributi previdenziali, obbligatoriamente versati dal datore di lavoro. Investendoli diversamente, essi otterrebbero di più. In particolare con la previdenza integrativa.

La cosa appare fondata, ma solo fermandosi alla prima impressione. Oltre alle lamentele tutto sommato generiche, si leggono anche affermazioni circostanziate. Alcuni mesi fa la stampa aveva riferito di un confronto del Centro Studi Impresa Lavoro, fortemente negativo per l’Inps. Analogamente, pochi giorni fa il Sole 24 Ore scrive senza mezzi termini che “quanto ai fondi pensione si ricorda che essi hanno rendimenti molto più alti di quelli previsti da Inps”.

Peccato che dal mio punto di vista tale affermazione sia totalmente infondata. Siamo alle solite: viene usato il presente, che indica una regola generale. Invece la superiorità dei rendimenti dei fondi pensione rispetto a quelli dell’Inps si riscontra solo per un particolare periodo passato; e per giunta è indicativa al contrario, come vedremo.

Entriamo pure nel merito delle valutazioni numeriche. Per il quinquennio 2014-2018 il suddetto Centro Studi riporta lo 0,33% medio annuo per i coefficienti di capitalizzazione dell’Inps per i contributi versati e il 2,62% per i rendimenti della previdenza integrativa, in tutto o prevalentemente obbligazionaria. Ma ciò non dimostra affatto che il privato convenga rispetto al pubblico. Una tale conclusione è viziata da una grave carenza metodologica.

La buona o discreta redditività passata della previdenza integrativa non deriva dalla bontà dello strumento, bensì dalla salita delle quotazioni dei titoli a reddito fisso, a sua volta conseguenza del calo dei tassi d’interesse. In quel quinquennio il rendimento nominale dei Btp decennali è sceso dal 4,1 al 2,7%. È impossibile che tale fenomeno continui alla lunga. O qualcuno ipotizza seriamente che fra 20 anni i Btp renderanno in negativo il -2,5% annuo e fra 30 anni il -5%? In lettere: meno cinque per cento l’anno!

Per cogenti motivi matematico-finanziari, è sicuro che i rendimenti futuri dei comparti obbligazionari dei fondi pensione saranno inferiori a quelli passati. In realtà già per il 2018 il rendimento dei fondi pensione è stato negativo (-2,5% i negoziali e -4,5% gli aperti), la rivalutazione Inps invece positiva (+1,3%) e quindi superiore arrotondando dal 4 al 6%. Vedi Covip e Inps.

Inoltre la rivalutazione delle pensioni pubbliche di fatto tiene conto dell’inflazione, nei cui confronti la previdenza privata è del tutto sguarnita. Si potrebbero aggiungere considerazioni sul rischio, purtroppo alquanto complesse, alla luce della teoria economica dell’utilità. Ma tutto conduce alla stessa conclusione. In termini di rendimento e di sicurezza, meglio l’Inps dei fondi pensione (e dei piani pensionistici) esistenti. Se in futuro ne esisteranno altri diversi, riprenderemo il discorso.

Certe analisi e soprattutto certe conclusioni, anche se formulate in buona fede, servono ai venditori di fondi pensione, polizze e altra roba simile per ingannare più facilmente lavoratori e risparmiatori.

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