Test a settembre (martedì 3, per la precisione), 11.500 posti in palio, quasi 1.800 in più dello scorso anno. L’aumento c’è, come promesso, ma è solo un “contentino” per provare a rimediare all’incredibile gaffe di Palazzo Chigi, che lo scorso ottobre annunciò in un suo comunicato l’abolizione del numero chiuso a Medicina. Abolizione mai avvenuta. Il numero chiuso c’è eccome, ma in futuro potrebbe davvero scomparire, o piuttosto trasformarsi: neanche dall’anno prossimo, forse dal 2021, quando potrebbe scattare la riforma che prevede accesso libero ad un nuovo “tronco sanitario” unico per varie facoltà e lo sbarramento non in ingresso ma al termine del primo anno di studi. Un modo diverso di selezionare la classe medica, la versione italiana del famoso “modello alla francese”.

+18% DI POSTI MA IL TEST C’È ANCORA – Per il momento gli aspiranti dottori devono accontentarsi solo di qualche posto in più. Il Ministero dell’istruzione ha ufficializzato i numeri per il 2019: 11.568 posti per Medicina e Chirurgia (erano 9.779), 1.133 per Odontoiatria (erano 1.096). In linea con le previsioni: già lo scorso ottobre infatti da viale Trastevere avevano chiarito che sarebbe stato impossibile cancellare dall’oggi al domani i test d’ingresso. Mancano le risorse (sia umane che strutturali) per accogliere tutti gli studenti, non c’è un’alternativa credibile di selezione per rispettare comunque il fabbisogno del sistema sanitario nazionale. Per il momento. Per andare incontro alle promesse politiche (soprattutto del Movimento 5 stelle), i ministri Bussetti e Grillo si sono impegnati quantomeno ad aumentare i posti, per dare un segnale in vista del futuro. Così è stato: agli atenei è stato chiesto uno sforzo, alzare la capienza del 20%, nemmeno tutti ce l’hanno fatta (alcuni erano già al limite massimo di saturazione). Il risultato finale è un +18% di posti sul 2019. Meglio di nulla: certo l’abolizione del numero chiuso è tutt’altra cosa.

LA RIFORMA: “TRONCO SANITARIO” E CORSO DI ORIENTAMENTO SCOLASTICO – Il tema però è ancora vivo e la maggioranza gialloverde continua a lavorarci a livello parlamentare. Dopo una lunga serie di audizioni, è quasi pronto il testo preparato dal relatore Manuel Tuzi (M5S) che presto sarà depositato in Commissione e comincerà il suo iter parlamentare. L’obiettivo è sempre quello: liberare l’accesso in ingresso e trovare una forma diversa, si spera migliore e più meritocratica, di selezione. Il ddl individua le possibili soluzioni ipotizzate dal governo. L’idea di base è creare un nuovo, unico “tronco sanitario” che comprenda per un periodo iniziale di 12 mesi le facoltà di medicina, odontoiatria, farmacia, scienze biologiche, biotecnologie, chimica e tecnologia farmaceutica: mettendo insieme tutte queste facoltà la capienza complessiva già oggi raggiungerebbe 45-50mila unità. Certo, i candidati ogni anno sono molti di più: nel 2018 83mila, 67mila solo per medicina. Ma ci sarà anche un orientamento scolastico diverso e molto più efficace (almeno nelle intenzione dei proponenti): un corso di 100 ore divise in tre moduli con altrettante prove di autovalutazione, da svolgere nel triennio della scuola secondaria, obbligatorio per iscriversi al tronco sanitario. Così il numero di domande potrebbe scendere ed essere compatibile con la capienza delle nostre università.

LA NUOVA SELEZIONE: TEST A SOGLIA DOPO UN ANNO DI ESAMI – Si entra tutti, si seleziona dopo: è questo il principio di fondo, mutuato dal modello francese. La proposta italiana non è troppo diversa. Nel corso del primo anno gli studenti iscritti sostengono una serie di esami più o meno comuni alle differenti facoltà: ad esempio biologia, chimica, statistica, inglese, biochimica. Chi ha raggiunto un numero minimo di crediti accede a un test a soglia, che prevede un punteggio minimo di risposte esatte per passare (70-75%?). Sarà necessariamente un esame fortemente selettivo, pensato per garantire alle facoltà (in particolare a Medicina) lo stesso numero di iscritti annuale: il fabbisogno del sistema sanitario infatti è quello, non è pensabile sfornare più laureati. Lo sbarramento ci sarà comunque, in ogni caso, solo eventualmente spostato di 12 mesi in avanti. Chi passa si iscrive al secondo anno di Medicina (o della facoltà prescelta), gli altri si vedono convalidati gli esami svolti e possono iscriversi a altre facoltà a numero chiuso (si potranno indicare tre preferenze in ordine) o eventualmente a numero aperto, senza perdere un anno intero di studi.

I TEMPI E LE INCOGNITE: NEL 2020 ALTRO AUMENTO, ADDIO AL TEST DAL 2021? – Questo è ovviamente ancora solo un progetto di riforma. In parallelo, è sempre in piedi la proposta di sperimentazione di Ferrara, che prevede un altro modello ancora: iscrizione libera fino a esaurimento posti, selezione al termine del primo semestre sulla base dei voti presi agli esami. L’ateneo del rettore Giorgio Zauli vorrebbe partire già quest’anno, a breve (entro fine estate) si capirà se arriverà l’autorizzazione ministeriale. Darebbe la possibilità di verificare gli effetti concreti di un modello alternativo di selezione. In ogni caso il percorso su scala nazionale sarà graduale: l’anno prossimo potrebbe esserci un ulteriore, piccolo aumento di posti, la riforma vera senza test d’ingresso non partirà prima del 2021. I contrari si augurano che non parta mai: le incognite e le resistenze, specie all’interno del sistema medico e universitario, sono tante. Come dimostra la richiesta rispedita al mittente di quest’anno, diversi atenei (soprattutto al Sud) hanno carenze e sono già saturi. La riorganizzazione di facoltà differenti, anche se solo per i primi 12 mesi, non è semplice: non è affatto scontato che dia risultati omogenei sul territorio. Soprattutto bisogna assicurarsi che il numero finale degli iscritti resti quello attuale: il vero problema del sistema è l’imbuto al momento delle scuole di specializzazione, per cui già oggi non c’è posto per tutti i laureati; non ha senso produrne di più se non si aumentano anche le borse per specializzarli (e poi le risorse per assumerli). Prima o dopo, un numero chiuso dovrà esserci comunque. E non sono pochi a pensare che alla fine il modello attuale resti il migliore, se non altro il più affidabile.

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